Gaetano's profileIL GIOCO DEL MONDOPhotosBlogListsMore Tools Help

Gaetano B

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…perché decidere di viaggiare vuol dire comunque non potersi mai legare a niente e a nessuno. Ma io sono un viaggiatore. Non si può essere viaggiatori preoccupandosi ogni volta di costruire una casa nei posto dove ci si ferma, perché quella casa sarà sempre una catapecchia neanche paragonabile ai castelli di chi i posti li abita da sempre e per sempre, il viaggiatore trova la sua casa nel muoversi, la mobilità è il suo equilibrio, il muoversi è il suo modo di essere radicato. La mia è sempre di più la lingua dei viaggiatori e chi decide di ascoltarmi deve sapere che io sono uno che racconta mondi che ha visto e mondi che vuole vedere e non conosco a fondo la lingua del posto, la lingua degli stanziali…

da Il grande boh!
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IL GIOCO DEL MONDO

L'amore attenta i demoni. R. Angelini
October 08

ALLA RICERCA DEL DOLORE

“E cos’è cambiato?”

“E’ cambiato che non c’è più Matteo”

Lasciai le mie parole sospese, finite, immerse in un vuoto osceno senza scampo.

Le lasciai in cura alla notte che stava arrivando, e alla nostra insonnia.

Cecilia allora mi guardò, e lo fece in modo strano. Forse mi scoprì nuovo.

Forse notò i miei primi capelli bianchi, poi col dito accarezzò la mia fronte come fanno i piedi di notte, nello squallore di Piazza Umberto.

Andò via.

Io rimasi lì, in quel corridoio bianco, seduto su quelle panche stanche e scomode.

Io rimasi lì, sconfitto e immobile in quel territorio dall’apparenza asettica.

Non so per quanto tempo fissai il tappeto in linoleum sotto i miei piedi.

Furono minuti vuoti, perché non pensai a niente, neanche a Cecilia, né a Matteo avvolto nell’incerata scura.

Poi andai verso la finestra. L’aria era pregna di un profumo limpido e leggero, forse bergamotto o qualcosa che non seppi decifrare.

In quei minuti non sapevo fare niente.

 

Quando il telefono squillò io rapinavo una pasticceria, nei sogni.

“ Cecilia, che c’è? hai visto l’ora?”

“Matteo ha avuto un incidente”

“Come Matteo?”

“Stava facendo …un sorpasso …e non ci posso credere Daniele, come faremo ora?”

“Adesso dov’è? Come sta?”

“Non lo so, mi ha chiamato sua madre, mi ha detto che l’hanno portato al Policlinico e che l’avrebbero operato a breve”

“Tu dove sei?”

“A casa, passa a prendermi, ho paura …non voglio andarci sola”

“Arrivo”

 

Avevo spento il cellulare, quella notte aveva squillato e portato cattive notizie, e poteva bastare.

Ero distratto e ovattato, e non avevo notato la folla che sostava dall’altra parte della porta che sigillava me e tutto il reparto di rianimazione.

Conoscevo quelle voci, e quei visi che si sarebbero affrettati a mostrare il dolore. Anche in modo innaturale.

Qualcuno piangeva già.

Poi vidi un’infermiera dall’aria trascurata dirigersi verso la porta, e aprila.

Fuori la notte iniziava a schiarire e a scacciare i fantasmi nelle loro tane.

Rimasi immobile con lo sguardo diretto fuori, con gli occhi che non guardavano quei balconi, quegl’alberi che sfiorivano. Cercai di parlare il meno possibile, e di soffrire un po’.

Cercai di scovare quel dolore che mi avrebbe invaso e investito. E che non provavo.

 

“Non è colpa nostra, o almeno non tua, non iniziare a pensarlo”

“Non è giusto che c’andiamo insieme”

“Invece sì, noi siamo suoi amici”

“Io ero suo amico, e tu, forse, qualcosa di più”

Non ricordo quello che ci dicemmo dopo, invece quella mano, la sua, che si posò sulla mia mentre guidavo non riesco a cancellarla.

Pensai a quanto sporco ero. E a quello che avevo perso.

Appena entrati nel reparto di rianimazione sua madre ci disse, tra le lacrime, che non ce l’aveva fatta.

Che avevano tentato.

Sembrava giustificarsi nella sua disperazione, con noi. Ma lei non sapeva.

Lei non immaginava che suo figlio era morto molto prima, e per causa nostra.

 

Passai  la mattinata in giro, stordito e incredulo.

Presi la macchina e andai per certe strade di campagna che amavo frequentare d’autunno.

Vagabondavo piano e respiravo a pieni polmoni l’odore dell’erba e della terra appena arata.

Le olive erano ormai mature e il loro verde tagliava il colorito spento e d’argento delle foglie.

La radio suonava un vecchio album dei Pink Floyd.

Non pensavo a Matteo che per me era ancora vivo, non pensavo alla colpa che provavo, no, mi ostinavo a cercare il mio dolore inespresso tra le pietre bianche dei muretti a secco lungo la strada, in quel cielo azzurro e pulito.

Cercavo il mio dolore nei ricordi dell’infanzia, in quei discorsi che ora mi apparivano premonitori.

Ma niente, era tutto malinconia e ulivi e mandorli spogli.

Poi mi fermai all’altezza di un trullo. Era ormai diroccato.

Scesi dalla macchina.

Conoscevo quel posto.

Non pensai ai sassolini che entravano nelle scarpe, né alla polvere che segnava i pantaloni di cotone.

Ero solo, e per la prima volta in vita mia ebbi la netta sensazione si assaporare la solitudine, quella che secca le narici e attutisce gli odori.

La solitudine dei fondo scala o delle birrerie vuote in una mattina d’estate.

E fu così che iniziai a piangere. Solo. Come un bambino.

Dopo il pianto si calmò, e provai un freddo eterno mentre la pelle pian piano iniziava a gelarsi.

Guardai il sole e la natura arida che mi circondava ed ebbi pietà di me.

Ebbi la perfetta sensazione della mia sconfitta, del mio errore senza ritorno.

 

“Cos’è successo Cecilia?”

Lei mi guardò interdetta. Le sue lacrime avevano, forse, l’esclusiva del dolore quella notte.

“Perché proprio Matteo e non noi cazzo!” 

La sua voce era roche e decisa. Precisa.

“Perché non sento niente?”

Guardai le sue mani, la sua pelle rosea e gli occhi che annegavano nelle lacrime.

“E cos’è cambiato?”

“E’ cambiato che non c’è più Matteo”

 

Ritornai a casa piano.

Erano vuote quelle mura, più del solito. O almeno così le sentii.

Osservai svogliato le colonne di libri che sostavano per terra ai lati del divano.

Non mi suscitavano piacere, e mi sorprese. Mi avvicinai a quei titoli e li lessi uno per volta, piano, ma niente, non provavo alcun interessare.

Iniziavo a punirmi?

Cominciavo forse a precipitare in quell’incosciente sentore di distruzione che provavo già dai tempi dell’elementari?

Quella era la mia strada, o almeno così pensai in quel momento.

 

Dalla finestra filtra un barlume di luce.

Cecilia mi baciava il collo.

Sento forte l’odore del cotone delle lenzuola e della pelle chiara di lei.

Ascolto le sue mani sul mio corpo, sul mio petto lanoso.

“sarà sbagliato?”

“non ora Daniele, non ora”

Allora decido di abbandonarmi alla sua carne liscia e al mio piacere, alle nostre voci incerte e al suono dei motorini che provengono dall’esterno.
Poi iniziamo a far l’amore e forse di più.

Mi vergogno un po’, ora, mentre ci rivestiamo. E non per la colpa d’aver tradito Matteo ma per la piacevole nudità con cui mi mostro a Cecilia.

Mi piace osservarla mentre indossa piano gli slip, e quella luce che illuminava la sua schiena nuda e i suoi nei piccoli e decisi, e i capelli rame che le scendono leggeri sulle spalle rompono il fiato per tanta bellezza.

 

 

Forse quella sera Matteo ci vide uscire insieme da casa mia, e realizzò tutto.

Nella sua testa si ricomposero con la giusta luce le nostre comuni assenze, i nostri sguardi a nascondersi.

La nostra nuova affinità, mia e di lei, e che lui giudicava meravigliosa e piacevole.

 

 

 

 

 

September 21

....

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menu,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo”
                                         [delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

 

Il futuro, Julio Cortàzar

September 09

La sua voce

Prima di abbandonarmi a questa stanchezza invincibile e quasi dolorosa.

Prima del resto, e delle attese.

Con queste vie infinite e precise e affollate da macchine in fila indiana ai due lati, non si ha l’impressione d’un prima e un dopo. Di un lascito differente che non sia immagine.

Prima di qualunque spettacolo delirante che appare fuori da ogni treno in corsa, e della fine di questa estate così ammaccata e stravagante, si depositano, nel fondo, i ricordi e i rimpianti mai assopiti.

Come dei binari nel loro fine corsa, o meglio come una bottega di odori e colori.

 

<pronto>

<ciao… non sapevo se chiamarti, ti disturbo?>

<no, che dici, come stai?>

<bene, tu?>

<bene>

<sai, prima di chiamarti, ho guardato a lungo il tuo nome scritto di nero sul display, e ho pensato che t’ho chiamata poche volte per nome, Sara>

<che strano che sei>

<che bello risentirti, Sara>.

Poi le parole, nella mia memoria, si dissolvono. Ricordo il rumore piacevole del suo sorriso, le mie dita un po’ sudate.

Quando la nostra conversazione finì, e sentii un suono sordo dall’altro capo della cornetta, ricordo di aver cercato qualcosa fuori dalla finestra, con lo sguardo. Qualcosa d’indefinito e irraggiungibile. Forse la felicità della mia infanzia.

Intanto i giorni scorrevano, e la mia pelle alitava giorni sprecati e solitudine.

Quella telefonata me la ricordo a metà: ha il sapore limpido per tutta la durata dello stupore, poi si dissolve.

 Perde consistenza.

 

Si sovrappongono le immagini, e le bottiglie di birra che tenevamo per la canna col timore che diventassero calde prima di ritrovarci sul lungomare di Giovinazzo. A parlare su quello scoglio piatto. A dire e ridere, e sorridere.

Certo senza Sara.  E con il Moleskine che parlava un po’ troppo di lei.

E ora questa stanchezza fisica che impasta la retina, e imprime immagini vecchie e nuove, e da lontano un buon odore di pane alle olive, e il suono di una fisarmonica.

Certo senza Sara che poi non ho più rivisto ma sentito. Certo, la sua voce.

E questa città che ora è spettrale, e piove e ho da poco lasciato il Galleria. Che bel film.

E le immagini di un inverno da poco passato, e di un’estate con l’acqua alla gola.

Ripenso a quando ho capito che le cose finiscono, e a come può sentirsi in imbarazzo un paio di scarpe nuove.

 

Certo, la sua voce.

Certo.

 

 

 

 

August 23

A ricucire lo strappo.

Se il nastro si riavvolge, e poi si stoppa nella sua testa bianca d’inizio corsa, penso al cielo scuro senza stelle delle notti spagnole. Penso alla latitanza della luna.

Sono passarte troppo veloci quelle notti ...più per voglia che per necessità, sono volate tra la musica ovattata dai discorsi in inglese, da sguardi sempre troppo furtivi e alterati.

Hanno ora gli occhi spenti e assetati delle prostitute per la strada, hanno il colore della loro pelle e l’alito troppo consumato dalla dannazione. Hanno l’alone dell’irrimediabilità, della resa.

Del sesso a pagamento dietro angoli sempre poco nascosti.

E così devo cancellare con la spugna questi pensieri, devo centellinare i ricordi.

Confesso che ho sentito poco la strada, confesso che la gente mi ha deluso. Che la chiusura l’ho respirata appena messo piede in aeroporto, di notte e con i miei amici.

Serrado. Chiuso.

E non è stato un caso aver conosciuto Sara in aeroporto, per caso, quell’ultima notte d’attesa e di febbre.

Nelle sue parole, i titoli di coda. La conferma ai pensieri.

Sara che aveva occhi grandi come un lago animato da rubini, che studia ad Amsterdam e indossa scarpe leopardate. Gesticolava. Parlava e capiva. Chiedeva e poi rispondeva alle mie domande.

Sarà che scrivo di sera e non so pensare alla luce del giorno, a quelle strade larghe, alla bellezza pacchiana di Gaudì. Alla metro che taglia l’intestino scuro di quella città che a viverci si fa un salto di qualità.

Non so pensare alla Paella inarrivabile di Carlo. A quell’asfalto curato.

Penso alla gente.

All’ostilità.

Penso a quel puzzo che mi da fastidio ancora adesso.

Penso alla stupidità.

Alla birra che salta fuori dai tombini.

Alla mediocrità della paura.

Penso all’aria condizionata degli aerei.  Alla noia di volare.

Penso ai treni di Kerouac.  Al piano che suona di Einaudi.

A Denver.

A Frisco.

Penso ai sotterranei, al “Io so” di Pasolini.

All’inutilità di queste parole e alla febbre che mi tiene legato a casa.

Ho promesso a questo blog ormai deserto che avrà vita breve.

Ho promesso alle mie idee che avranno vita, breve.

Poi c’è Sandra che serviva ai tavoli nel bar di Martin, e aveva la faccia sudamericana e infatti era cilena.

E sorrideva di nascosto. Sorrideva a chi le regalava un sorriso.

E poi tequila, a fiumi, e ciupido …cicchetti. Sangria.

Non lo so cosa mi è rimasto. Cosa sopravvivrà.

Spero la calma. La tranquilla astinenza dalla nevrosi delle vite che viviamo.

 

E poi il tramonto.

 

 

August 15

Barcellona, La Rambla 100.

E' una stanza d'albergo climatizzata, questa. C'è disordine, e una grossa voglia di vita.
Ha mura gialle, e spente. Ha mura vive e vissute.
Un piccolo balcone ci divide da La Rambla.
Barcellona è una città dalle vie fruttate ma anche puzzolenti di liquido e piscio. Umano.
E' una città dalle viscere meridionali.
La maglia che indosso è rossa, e chissa che piega avrà preso la bandiera che non sventola e che è colorata di giallo e poi rosso.
Le ore danzano veloci e felici e basta chiudere questo tempo piccolo in un'ampolla immaginaria e poi respirarlo nei momenti d'ombra.
Sono notti senza una meta, notti che passano senza cicatrice e alcun peso. Notti da divere e che si piegano verso facili soluzioni.
Donne a pagamento per strada, e birra nei tombini. Spettacoli, luci e illusioni.
Capelli troppo neri, sguardi che si poggiano nella metro: tutto un mondo, una storia in un lampo. Poi si scende, e tutto esplode come un una bolla di sapone, come la bellezza senza fine dei sogni.
Queste sono parole rubate e non previste, forse le uniche fuori dal Moleskine.
Barcellona non ha l'anima del jazz, ha un profumo non previsto dalla forma strana. Muove verso dune dal colore giallo e verde e rosso. E che sfuma.
Ha piazze precise e prati da non calpestare e che si attraversano lo stesso.
E' una città che concede, e forse rovinata dai troppi turisti.
Una posto che ricorderò per la bellezza del "Mercato della Boqueria".
 
 
Spero di ritornare su queste parole, ora doccia e poi luci e musica senz'anima dall''assurdo volume.
 
 
 

 
 
 
 

 

 

 

July 21

Eroina

Avevo piegato il braccio destro nell’inutile intento di nascondere l’ematoma.
Thea, la cameriera dal grembiule a strisce rosse e bianche, mi stava servendo brioche e caffè al tavolino.
Lei sapeva pescare, in quel pozzo senza fondo dei miei occhi verdi, il peso asfissiante della paura.
L’immagine di Paolo con siringa al braccio e schiuma alla bocca, alitava la sua presenza mortificante.
Thea mi conosceva, Thea mi aveva persino amato in quel periodo in cui gli alberi avevano la stessa forma sempre uguale nei disegni alle elementari. Ora gli alberi erano fantasmi, erano ombre a inseguirmi.
“come va oggi Francesco” disse Thea accarezzando le mie guance essiccata dal sole e dalle troppe notti per strada.
“oggi? Oggi come ieri, e che dici, adesso, Paolo, nella sua bara che forma avrà?”
“che cazzo dici Francè!? Basta con sta storia”
“niente dico, anzi dico me lo porti un altro cornetto? Oggi ho troppa fame”
“ok …il secondo lo offre la casa se la smetti di dire queste scemenze, e inizi a mangiare il primo croissant”.
Vidi il suo sorriso innaturale, forzato.
Poi si girò verso le enormi finestre che ci separavano dal mare grigio contaminano dall’inverno, fuori, e s’incamminò piano verso i tavolini ordinati alla nostra sinistra, in direzione del banco trafficato dai tre baristi e dalla proprietaria dagli occhi azzurri, e sanguinanti.

Come sanguinanti?
Ecco che torna.
No dai, ora no.
Paolo, che ci fa Paolo …in questo bar, ora.
Perché sei disteso per terra, e ti calpestano, Paolo.
I loro piedi entrano dentro il tuo corpo.
Hai il volto cianotico, Paolo. Basta rantolare. Basta con quella disperazione.
Perché è tutto opaco? Perché la luce è la stessa di quel neon in quella maledetta stanza.
Perché quella sera?
Salvate Paolo.
No, la schiuma no, lavategli la bocca su. Odio quella schiuma bianca e lattiginosa.
E gli occhi.
Dove sono i tuoi occhi?

Poi Paolo sparì.
Vidi Thea piangere, e la crema colare dal cornetto che stringeva con la mano.
Sentii il mio respiro tornare regolare.
Cercai di navigare la natura ruvida del tavolino, con indice della mano sinistra.
Il braccio destro era sempre piegato, chiuso.
Pensai alle parole di Grazia: “…tranquillo, quelle crisi vanno e vengono, chi fa uso di droghe è esposto a visioni, …la droga scava nel corpo, nella testa, oltre al ricordo del suo effetto, le immagini i suoni gli odori e tutte le altre percezioni che hanno accompagnato il suo utilizzo”.
La voce di Grazia mi tornava rassicurante e familiare.
I miei occhi annebbiati dall’oblio senza fine in cui ero ripiombato, fissavano il vuoto.
Poi sentii il corpo caldo e inquietante di Thea stringermi.
Le sue lacrime salate annaffiavano i miei capelli sale e pepe.
Ero immobile, perso dietro la patina confusa dei ricordi.

Paolo. I tuoi occhi si spengono piano.
Le tue bracciano cercano di afferrarmi nel vuoto.
Nel vuoto!
Non riesco Paolo.
Cazzo non riesco a muovermi!
Sto cercando, ma non riesco.
Il mio corpo è tutto eccitato.
So che durerà pochi sporchi minuti, e poi il piacere calerà e ci sarà il buio senza fine della dannazione.
Paolo.
Paolo.
Paolo.
Paolo.

“Francè, vieni fuori da quell’incubo, Francè così non puoi, Francè”.
Sentivo la voce di Thea, l’unico contatto con il mondo reale, fuori.
“Paolo” ripetevo.
“Lascia andare Paolo, lascialo al suo destino già scritto, lascia andare Paolo …questa è follia”
“Paolo, perché Paolo”
Sentii un ultimo rantolo salire alle labbra, e poi un forte dolore al petto.

Mi risvegliai in ospedale, con Thea che mi stringeva la mano.
La stanza era illuminata eccessivamente, l’ossigeno rinfrescava il mio corpo.
Non riuscivo a tenere gli occhi aperti, sentivo alterati i miei sensi.
“da domani ritorni in terapia al Sert, e non si discute!” ordinò Thea.
Non risposi.
Aveva ragione.
Sentivo le mani sporche dal fango con cui era stato seppellito Paolo.
L’eroina aveva annientato la pace, la mia pace.
E gli archi della salita verso San Luca, a Bologna, sarebbero stati per sempre il simbolo della mia perdizione.
Di quella notte d’iniziazione ricordo la stagnola che luccicava nel buio, e la fiamma dell’accendino sotto a liquefare quel pezzo scuso e maligno, e poi il viso di Paolo illuminato per metà, contrariato.
Io sorridevo come solo i demoni sanno fare.
Poi sentii l’ago pizzicare la mia pelle, e un orgasmo apparentemente infinito impossessarsi del mio corpo.
E dopo il buio.
Lo stesso di adesso.
 


July 14

Souvenir

Mentre ritornai a casa, con il finestrino abbassato e la musica a volume appena accennato, ripensai a quello sguardo e alla sua natura colorata di nero.

Ripensai anche alla voce, la sua, inclinata dalla rabbia e affannata da un’inutile isteria.

La donna mi guardava, fissava i miei occhi.

Non reagii e nel ritorno pensai al perché; ai perché.

La mia tranquillità bambina era stata sorpresa e sculacciata, rotta come si fa con un vetro vecchio in un guizzo d’inutile infantilità.

A casa ci tornai piano.

Lo feci per godere della notte la sua parte più spontanea, quella che non si coglie subito e che arriva piano prestando attenzione.

Ritornai di notte senza la benché minima speranza di reagire, di farlo subito. Dovevo attendere e lo sapevo.

Dovevo imbottirmi con l’inefficace limbo che concede ogni malattia. Imbottigliarmi in un’inutile attesa.

La donna mi aveva aggredito. Avevo preteso di colorare il mio foglio bianco con dei pastelli scoloriti e tutti tendenti al viola. E si sa che non amo quel colore.

Intanto le gomme rotolavano giù sull’asfalto e non profumavano di talco, e pian piano si scaldavano.

Più lontano i vulcani erano imprecisi nelle loro eruzioni.

Non promisi niente a me stesso in quei minuti, anzi mi fermai in una stazione di servizio e feci benzina da solo. Controllai il prezzo e i litri, esaminai anche la luna e immaginai la sua parte nascosta, quella concessa solo agli astronauti e a chi ha pazienza e coraggio.

In quel ritorno bendato e con la paura di essere incornato da un toro, da un fantasma dalla forma bizzarra, ripensai a poche cose, oltre.

I fari delle macchine mi ipnotizzavano, e l’odore dei vigneti che avevo racchiuso in una bolla immaginaria tornò a farmi visita.

Non pensai alla possibilità di modificare i rapporti, o al pericolo di essere modificato vivendoli.

Appena tornato a casa, e dopo aver messo la macchina al sicuro, aspettati qualche minuto.

Presi tempo, mi concessi il lusso d’attendere un segno, una possibile soluzione.

Ma niente, quella infame non arrivò.

Irruppe il sonno con la sua splendida armata, e la notte finì e non ci fu soluzione. E gli automobilisti continuarono a litigare tra loro, e a diffidare di ogni opera creata.

Il mattino schiarì i dubbi, offrì dei capi da indossare e diede forma ai demoni. Erano vuoti dentro e trasparenti e puzzavano di camere chiuse e di ore stanche. Erano delle brutte copie della vita che si vive e che termina sempre con un respiro rotto.

 

Forse i malintesi non hanno la pelle liscia e piacevole al tatto. E nemmeno abbronzata a ben vederla.

E sporca e opaca. E facilmente irritabile.

 

   

June 27

Faccio tardi, è meglio andare.

Musica a basso volume e voci di bimbe alla finestra.

Mi sembra strano che la pioggia caschi, mi sembrano strane molte cose. L’essere irritati ad esempio.

Mi sembra cosa ardita la pancia rosa di un cane, e il fuoco. Le dolci note che danzano per la stanza.

Gocce, odori, e clacson.

E’ una sera serena questa, senza macchie irrequiete che non si possono sanare; per le campagne alita una dolce brezza, e il mare è blu, è scuro. Sembra quasi indaffarato a nascondere qualcosa che sfugge alla vista.

A musica bassa e con la tenda che si muove, piano.

E la luce è gialla. E la luce è calma. E la luce è serena.

Le gomme sull’asfalto si consumano piano, come fa la musica elettronica con i timpani e l’odio con gli imbecilli.

Forse non c’è scampo a poche cose, forse è facile sorridere.

Anzi è così: è facile per me sorridere.

Dostoevskij è piegato a meta sul tavolo, e nel frigo le pesche sono tutte ordinate al loro posto.

M’imbatto in strani pensieri, poco efficaci. A ben sentire sono tranquillo, e dovrei uscire ed è quello che farò appena la pagina avrà assunto quel suo tipico alone colorato di nero.

E i mestoli alle mie spalle, e il ventilatore spento.

Sento le pozzanghere squarciarsi, e chissà chi sta muovendo quei piatti che sbattono tra loro.

Questo giugno che passa piano e freddo e piovoso. E incredulo.

Il cielo mi sembra una perfetta scenografia in questo teatro parrocchiale che è il mio paese.

E chissà la mia bella ora, chissà che farà. Mi aspetta, e sa che arriverò in ritardo, o forse no.

Non oso alzare il volume dello stereo, il solo pensiero mi sembra un peccato, un torto alla quiete.

Penso ora all’aspetto incurvato di Leopardi, ma è un pensiero subdolo e banale, e soprattutto non sta in piedi.

L’arancio è un colore divertente, è un colore che fa bene, ed è il colore dell’Anas.

Le ombre hanno contorni indefiniti, come questa serata.

Il cane dorme beato.

Ma. Faccio tardi, è meglio andare.

 

 

June 25

Daniele Burgo Brambilla

Il trillo infantile del telefonino mi ricordò che ero un essere umano, e che il letargo è cosa animale.
I secondi che seguirono furono come sempre devastanti: salivazione azzerata, rutto libero, grattata insistente al cuoio capelluto e successivo esame visivo. Tutti era in ordine e funzionante.
“Daniele, oh Daniele …Giorgia chiama Daniele, ripeto, Giorgia chiama Daniele!”
“che vuoi Giorgia, è l’alba!”
“alba? L’alba non dovrebbe terminare diciamo verso le sei, sei e mezza al massimo? Mi sa che son le due, o meglio, le quattordici”
“io li odio quelli che dicono le quattordici, le quindici e via dicendo, che vuoi? Su!”
“niente, passo a prenderti, vestiti”
Evidentemente mi aveva chiamato da sotto casa perché dopo pochi secondi il videocitofono iniziò a suonare.
“in bianco e nero sei davvero brutto, Giorgietta mia”
“fanculo, apri stronzo”
La vidi sorridere con mille e settecento denti e poi fare la linguaccia.
Mi amava Giorgia.
Io non amavo lei.
Aprii la porta e andai in camera da letto.
Sentii i suoi passi nella penombra delle tapparelle semi-abbassate.
Entrò in camera e mi bacio il collo. Io continuai ad abbottonare la camicia.
“la tolgo?”
“no vestiti, devo parlarti”
“parliamo”
“vestiti, ti aspetto in cucina, lo vuoi un caffè?”
“no dai, lo prendiamo al bar, giù”
“ok”

Guardavo Giorgia illuminata dalla luce artificiale dentro l’ascensore, la sua pelle era brillante e apparentemente delicata.
Il sedere, un’autentica meraviglia, era tagliato a metà dai suoi capelli neri e lisci.
Per strada tornai a osservare la luce nei suoi occhi, mi sembrava diversa. Alterata.
“dai sediamoci qui”
“ma no dai, si vede il balcone di casa”
“e quindi? Che male c’è?”
“ma no, niente, però sai, il balcone è di casa mia”
Mi zittì con un gesto della mano.
“farnetichi?”
“si”
“perché, sei nervoso?”
“si, e non so il perché, stasera? Impegni? Se vuoi dopo torniamo in casa…”
Sorrisi allusivamente. Come solo certi maschi idioti sanno fare.
“devo dirti una cosa, e dopo, non so se ne avrai voglia”
“e che può essere di così grave, di così trascendentale”
“non le sai usare, tu, certe parole”
“scema”
“scemo”
Sorrise.
Io ricambiai, e poi chiamai il cameriere con il solito gesto, inutile e offensivo.
Lui che mi conosceva bene e sapeva quanto fossi arrogante, ci mise un po’ ad arrivare. Pareva improvvisamente indaffarato.
Presi le chiavi che avevo nella borsetta di Vuitton, e con il telecomando iniziai ad aprire e chiudere la macchina.
“se vuoi, prendo la moto e andiamo a fare un giro”
“no, no, adesso devo dirti una cosa”
“che fretta hai?”
“un po’ ne ho, e smettila di aprire e chiudere la macchina, l’hanno vista tutti, le ragazzette ti stanno guardando, tranquillo, e poi siediti composto, ma che mocassini hai?”
“comprati ieri, ti piacciono?”
“mostruosi”
“bellini eh?”
“si, un’autentica cagata!”
“ma che dici, sono viola, si usano”
“viola addobbo funebre, intendi”
E poi rivolgendomi al cameriere che stava arrivando: Tu, dico a te, ti vuoi muovere”
Quello mi guardò in modo strano e poi si rivolse a Giorgia.
“signorina che prende?”
“un caffè, sì un caffè, e lo scusi”
Il cameriere fece una smorfia, e mi guardò.
“ e lei signore?”
“caffè freddo con panna, panna fresca ovviamente, non quella colata acida che servite di solito”
Giorgia mi diede un calcio, e mi fece male.
“ma che sei idiota? Sai quanto mi costano questi pantaloni?? Idiota!”
“io non so come ho fatto a prendere una cotta per te!Sei un coglione …ecco che sei! E io dovrei crescere un figlio con te?”
“un figlio?”
“sì un figlio, sono incinta coglione!”
“un figlio?”
“sai ripetere solo: un figlio?!”
“come un figlio, ci sarà un errore, sì un errore, i medici fanno spesso errori”
“nessun errore, tu il pisello evidentemente lo usi a tromba!”
“che vuol dire a tromba?”
“certo, nei circoli che frequenta quel frocio di tuo padre, queste espressioni, come dire, terrene, non le usate eh!”
“come …un figlio?! e poi la tromba?”
Giorgia mi guardò negli occhi, quegli occhi che non avrei più dimenticato, sorrise, si alzò e andò via.
“ e tu che cazzo guardi cameriere di merda”
“ma vaffanculo”
E mi diede un pugno così forte che il dolore successivo mi sembrò profondo e ossessivo; poi scomparve in un modo strano, come se avesse sbagliato viso. Sentii intanto le mie parole, sdoppiate da me. Inclinate da un odio che non provavo.
“ma che hai fatto, sei un pazzo!Tu non sai chi sono io! Io mi chiamo Daniele Burgo Brambilla!”
Il cameriere rimase un attimo a pensare, poi mi colpì con un secondo gancio.
Caddi portandomi dietro il tavolino e un paio di sedie.
Rimasi a terra per un tempo che mi sembrò interminabile, poi il proprietario mi fece rialzare e rivolto al cameriere disse: Tu sei licenziato.
Chiesi scusa e andai via.
Chiesi scusa.

Camminai per qualche isolato tenendo la testa bassa, poi alzai lo sguardo e vidi una strana luce sulle vetrine.
Era abbagliate, ma sparì subito. Dopo guardai il cielo e vedi le nuvole colorate con un grigio stanco, scuro e indecifrabile. Poi sentii i primi tuoni.
Rimasi fermo.
Iniziai a camminare, piano, quando le prime gocce ebbero bagnato la camicia bianca che indossavo.
Pensai che avevo chiesto scusa per la prima volta. Pensai a molte cose dopo, e a Giorgia.
Ebbi l’assoluta certezza che avrebbe abortito, ma avevo paura.
Un’intima ed inesplorabile paura, nuova per me.
Un figlio.
Avevo pensato di cambiare la villa a Gallipoli, e poi di comprare un nuovo Suv.
Ma a un figlio no, non c’avevo mai pensato.
E poi Giorgia. Io non l’amavo.
Continuai a camminare fin quando i primi starnuti non mi richiamarono dal limbo in cui ero caduto.
Lasciai che la notte arrivasse piano, poi tornai a casa.
Un figlio.
Io non lo volevo, un figlio.

Poi i giorni passarono e tornai ai miei ritmi, e quel pomeriggio mi sembrò un sogno, o meglio, un incubo da cui mi ero svegliato.
Sperai di non incrociare più gli occhi di Giorgia, quello sguardo che mi condannò, e che rimane l’ultima immagine che ho di lei.
_________________
 
 
 


June 23

Potessero le mie mani sfogliare

Pronunzio il tuo nome
nelle notti scure,
quando sorgono gli astri
per bere dalla luna
e dormono le frasche
delle macchie occulte.
E mi sento vuoto
di musica e passione.
Orologio pazzo che suona
antiche ore morte.
Pronunzio il tuo nome
in questa notte scura,
e il tuo nome risuona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle
e più dolente della dolce pioggia.
t'amerò come allora
qualche volta? Che colpa
ha mai questo mio cuore?
Se la nebbia svanisce,
quale nuova passione mi attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!
 

Federico Garcia Lorca

 

http://www.deejay.it/dj/multimedia/dettaglio/type-A/idMedia-7982/-Potessero-le-mie-mani-sfogliare-la-luna--di-Federico-Garcia-Lorca


 
 

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Marta .wrote:
*niccolò
Sept. 12
Marta .wrote:
sai dove vado stasera? il caro neccolò fabi suona a frascati gratuitamente per l'ecofestivall :-))))
Sept. 12
Giovannawrote:
Gaetà è qui con me in Biblioteca ad Economia che sta cazzeggiando!! hahahahahahahahahahahahaha.. DISTURBATORE DI GENTE STUDIOSA!!!!
Dec. 3
EHILA'...PASSAVO DI QUI PER CASO E HO NOTATO IL GUESTBOOK...BEH NON POTEVO NON LASCIARTI UN SALUTO!!!!!
TORNERO' A TROVARTI PIU' SPESSO PROMESSO.
CIAO CIAO
Oct. 9
Giovannawrote:
TOOOC TOOOC.. ECCO CHE SI APRONO LE PORTE DEL NUOVO GUESTBOOK!! ed io sono la prima HAHAHAHAHA!!
Aug. 22
La musica è un'esperienza.