Gaetano's profileIL GIOCO DEL MONDOPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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May 30 ....che tutto non abbia fineForse questa notte è zoppa, e per questo si fatica a prender sonno. L’unica certezza è che il ginocchio non va, arranca. E allora sono razzista perché salto delle mattonelle, sempre piatte come certi pomeriggi di bonaccia. Con i piedi disegno strane traiettorie, mitici passi di una danza neanche lontanamente tribale. Questa strana forma di male fisico mi tiene sveglio. Bloccato. M’inquieta. Mi fa pensare che quando il dolore passerà, quando diventerà una sensazione: il ricordo di qualcosa, penserò a questo momento calmo con invidia. Saprò di aver sofferto ma non sarò in grado di ricrearlo a tavolino. Chi ha il difetto della scrittura, sa che il più brutto degli incubi è non avere più ispirazione, sentire il buio …l’odore nauseabondo del vuoto. Fare errori di ortografia, ma non è figo dirlo. Ascoltare Nick Drake e non provare niente. Il peggiore degli incubi è dormire di notte. Perdere il periodo migliore per dire delle cose, l’attimo. Perché passa, e v’assicuro che è così. E non si torna in dietro, si perde la metrica il battito, l’assoluta sicurezza di stare dalla parte di chi vive. Saltare virgole, accenti. Sbagliare i punti, stordire il ritmo che deve essere sempre incalzante. Forse un po’ teatrale. E quando si perde il filo, la trama fitta dei pensieri, l’eco di qualcosa che non si è decifrato, è brutto tornare sulla Terra. Avvertire il silenzio di fine recita. La lucidità è fondamentale, la precisione anche. Sapere quello che si vuol dire è determinante. Non arrancare, viaggiare spediti. Rispettare le regole. Queste sono cose che la scrittura impone; che chiedere di superare ignorare delegittimare. La penna, così come la tastiera, è al servizio della personalità, non viceversa. Fissare il cellulare nel buio e sperare che s’illumini uccide l’animo. Chiudere gli occhi per un sonno senza sogni, una dannazione. Poi si pensa a quello che si è fatto, scritto. Si accarezzano i polpastrelli che sono i veri carpentieri di questa casa fatta d’aria. Una costruzione senza ombra, e a volte senza ragione. Senza profumo. Qualcosa che se fatta bene, rapisce. Intanto la notte avanza, e decide che prima o poi ha ragione di finire. E così ritornano alla mente vecchie storie indiane, dove il sole insegue la notte. Dove la luce e il buio hanno una squisita ragione, e non si confondono, braccano. Si evitano. Poi saltano fuori sorrisi, echi di certe voci che avresti assoluto bisogno di riascoltare. Ma l’ora è tarda e il coraggio arranca. Lettere mai spedite, scritte. E si cede il passo alla follia, al credo sublime delle sensazioni. A teorie strambe se paragonate allo sguardo polveroso che la sola ragione porta con sé. Allo scoppio di fugaci emozioni. Alcune volte solo sognate. E si avverte che la fine è vicina. Che il momento buono sta per concludersi, che forzando le cose quelle prendano a rompersi. In questi attimi muove una precisa voglia: che tutto non abbia fine. Ma è pura utopia, quella vera. Sorrido. Non è pessimismo, no. E’ accettazione. Forse l’unica via per la felicità. E può bastare perché ho dimenticato di avere dolore al ginocchio. Ho dimenticato. Trovo fantastica questa cosa. Un ultimo pensiero: forse tutto non ha mai fine.
May 13 La testa fuori dal pozzoLa temperatura è piacevole, scrivo a maniche corte, la musica emana un buon odore jazz; gli errori di grammatica sono un cattivo presagio ma non importa, non ora.
Sto guardando da un po’ la mia libreria, ci sono molti titoli, e una massiccia invasione di album più o meno nuovi. Penso a un libro in particolare, scritto da Terzani. Quei fogli raccontano di viaggi, incontri e vita. E un proverbio, potente e bello; un proverbio che mi porto in testa da moltissimo tempo ormai. Il proverbio della rana cinese, che dal fondo del pozzo guada verso l’alto e crede che quello che vede sia tutto il cielo. Il ragazzo è seduto e guarda la ragazza negli occhi. “…perché ci siamo amati, e due egoisti che si amano ..beh due egoisti che si amano sono qualcosa di blasfemo” dice lui. Lei si alza, si ferma. Poggia la mano destra sulla spalliera della sedia. E’ bianca e di plastica, come quelle usate in certe bische clandestine dove si beve birra Moretti. “perché mi dici queste cose? E soprattutto perché lo fai adesso, dopo tutto questo tempo?” fa lei. Lui la guarda, poi abbassa lo sguardo. Sposta il posacenere pieno di mozziconi. Dopo si schiarisce la voce. Ma non dice niente. Prende il pacco di Marlboro, lo apre e lo richiude, poi guarda un punto imprecisato della stanza. “perché, cazzo non facciamo che dire perché, doveva andar così” dice il ragazzo con voce impastata. La ragazza è visibilmente arrabbiata. “non ti capisco, mi hai lasciata, sei andato via con quella puttanella! E adesso queste stronzate!?” la voce della ragazza, che chiamerò Mary tanto per essere ulteriormente banale, è arroventata. Silenzio, dopo. Molti uomini sono come quella rana, non si spingono oltre a quello che passa sotto il loro naso; ed è: terribile terrificante inutile offensivo bestiale raccapricciante ingiusto e altre parole del genere, chiaramente a sfondo negativo. Vi dico queste cose perché le ho pensate. Certo, potevo tenerle per me, ok. Vero. Ma ormai sono partito come un trombone nel bel mezzo di un pezzo di Coltrane, e non posso far altro che raccontarvi questa cosa. Intanto, vi dico che la libreria è illuminata da una bella lampada; la sua luce è decisamente bassa ma va bene così. Il ragazzo invece lo chiamerò Biagio. E’ il primo nome che mi è passato per la testa. Biagio guarda Mary, anzi Angela. Non mi piace più Mary. “sai, in quei telefilm americani dicono stronzate del genere, e sono sempre pettinati anche alle sei di mattina dopo aver scolato una bottiglia di vodka” dice lui con noncuranza. “ma dimmi un po’, ti fai ancora di cocaina?” dice Angela che prima si chiamava Mary. “certo certo certo certo, e certo” fa lui con occhi angelici. “nel dialogo di prima eri così diverso” dice lei con la faccia di chi ormai ha cambiato nome, finalmente. “vero, ma mentre quello stronzo scriveva le sue cretinate, io mi sono sparato una pista, molto lunga” fa lui con un’espressione che ricorda vagamente un tossicodipendente alle prime armi. La ragazza mi giarda. Mi fa segno d’andare via. Voce fuori campo, la mia: “scusate ragazzi passavo da queste parti, sapete com’è”. “ma fatti gli affari tuoi” dicono loro (giustamente), quasi in coro. Non so più chi sono. Ora. Sono personaggio o regista? Sono la rana nel pozzo? Molte volte sono stato quella rana, quando non capivo. Quando fingevo di non capire. Quando le ragioni dell’altro/a non m’interessavano. In quei casi, quel pezzo di cielo m’è sembrato tutto il cupolone del mondo. Fortunatamente poi ho imparato a mettere la testa fuori dal pozzo. “ti ho lasciata perché non credevo, non vedevo altra possibilità” dice lui tornato serio che sembra quasi un bancario. O venditore di case, tanto vestono uguale. “io ti ho spiegato, raccontato, poi rispiegato, e non volevo perderti” dice lei con una dolcezza degna di un cono con doppia panna, e fragola. “lo so, ma non capivo, ero come la rana nel pozzo…..” “Se solo riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Altrimenti saremo solo come la rana del proverbio cinese che, dal fondo di un pozzo, guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo. Duemilacinquecento anni fa un indiano, chiamato poi “illuminato”, spiegava una cosa ovvia: che “l’odio genera solo odio” e che “l’odio si combatte solo con l’amore”. Pochi l’hanno ascoltato. Forse è venuto il momento.”
Tiziano Terzani
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