Gaetano's profileIL GIOCO DEL MONDOPhotosBlogListsMore Tools Help

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    July 21

    Eroina

    Avevo piegato il braccio destro nell’inutile intento di nascondere l’ematoma.
    Thea, la cameriera dal grembiule a strisce rosse e bianche, mi stava servendo brioche e caffè al tavolino.
    Lei sapeva pescare, in quel pozzo senza fondo dei miei occhi verdi, il peso asfissiante della paura.
    L’immagine di Paolo con siringa al braccio e schiuma alla bocca, alitava la sua presenza mortificante.
    Thea mi conosceva, Thea mi aveva persino amato in quel periodo in cui gli alberi avevano la stessa forma sempre uguale nei disegni alle elementari. Ora gli alberi erano fantasmi, erano ombre a inseguirmi.
    “come va oggi Francesco” disse Thea accarezzando le mie guance essiccata dal sole e dalle troppe notti per strada.
    “oggi? Oggi come ieri, e che dici, adesso, Paolo, nella sua bara che forma avrà?”
    “che cazzo dici Francè!? Basta con sta storia”
    “niente dico, anzi dico me lo porti un altro cornetto? Oggi ho troppa fame”
    “ok …il secondo lo offre la casa se la smetti di dire queste scemenze, e inizi a mangiare il primo croissant”.
    Vidi il suo sorriso innaturale, forzato.
    Poi si girò verso le enormi finestre che ci separavano dal mare grigio contaminano dall’inverno, fuori, e s’incamminò piano verso i tavolini ordinati alla nostra sinistra, in direzione del banco trafficato dai tre baristi e dalla proprietaria dagli occhi azzurri, e sanguinanti.

    Come sanguinanti?
    Ecco che torna.
    No dai, ora no.
    Paolo, che ci fa Paolo …in questo bar, ora.
    Perché sei disteso per terra, e ti calpestano, Paolo.
    I loro piedi entrano dentro il tuo corpo.
    Hai il volto cianotico, Paolo. Basta rantolare. Basta con quella disperazione.
    Perché è tutto opaco? Perché la luce è la stessa di quel neon in quella maledetta stanza.
    Perché quella sera?
    Salvate Paolo.
    No, la schiuma no, lavategli la bocca su. Odio quella schiuma bianca e lattiginosa.
    E gli occhi.
    Dove sono i tuoi occhi?

    Poi Paolo sparì.
    Vidi Thea piangere, e la crema colare dal cornetto che stringeva con la mano.
    Sentii il mio respiro tornare regolare.
    Cercai di navigare la natura ruvida del tavolino, con indice della mano sinistra.
    Il braccio destro era sempre piegato, chiuso.
    Pensai alle parole di Grazia: “…tranquillo, quelle crisi vanno e vengono, chi fa uso di droghe è esposto a visioni, …la droga scava nel corpo, nella testa, oltre al ricordo del suo effetto, le immagini i suoni gli odori e tutte le altre percezioni che hanno accompagnato il suo utilizzo”.
    La voce di Grazia mi tornava rassicurante e familiare.
    I miei occhi annebbiati dall’oblio senza fine in cui ero ripiombato, fissavano il vuoto.
    Poi sentii il corpo caldo e inquietante di Thea stringermi.
    Le sue lacrime salate annaffiavano i miei capelli sale e pepe.
    Ero immobile, perso dietro la patina confusa dei ricordi.

    Paolo. I tuoi occhi si spengono piano.
    Le tue bracciano cercano di afferrarmi nel vuoto.
    Nel vuoto!
    Non riesco Paolo.
    Cazzo non riesco a muovermi!
    Sto cercando, ma non riesco.
    Il mio corpo è tutto eccitato.
    So che durerà pochi sporchi minuti, e poi il piacere calerà e ci sarà il buio senza fine della dannazione.
    Paolo.
    Paolo.
    Paolo.
    Paolo.

    “Francè, vieni fuori da quell’incubo, Francè così non puoi, Francè”.
    Sentivo la voce di Thea, l’unico contatto con il mondo reale, fuori.
    “Paolo” ripetevo.
    “Lascia andare Paolo, lascialo al suo destino già scritto, lascia andare Paolo …questa è follia”
    “Paolo, perché Paolo”
    Sentii un ultimo rantolo salire alle labbra, e poi un forte dolore al petto.

    Mi risvegliai in ospedale, con Thea che mi stringeva la mano.
    La stanza era illuminata eccessivamente, l’ossigeno rinfrescava il mio corpo.
    Non riuscivo a tenere gli occhi aperti, sentivo alterati i miei sensi.
    “da domani ritorni in terapia al Sert, e non si discute!” ordinò Thea.
    Non risposi.
    Aveva ragione.
    Sentivo le mani sporche dal fango con cui era stato seppellito Paolo.
    L’eroina aveva annientato la pace, la mia pace.
    E gli archi della salita verso San Luca, a Bologna, sarebbero stati per sempre il simbolo della mia perdizione.
    Di quella notte d’iniziazione ricordo la stagnola che luccicava nel buio, e la fiamma dell’accendino sotto a liquefare quel pezzo scuso e maligno, e poi il viso di Paolo illuminato per metà, contrariato.
    Io sorridevo come solo i demoni sanno fare.
    Poi sentii l’ago pizzicare la mia pelle, e un orgasmo apparentemente infinito impossessarsi del mio corpo.
    E dopo il buio.
    Lo stesso di adesso.
     


    July 14

    Souvenir

    Mentre ritornai a casa, con il finestrino abbassato e la musica a volume appena accennato, ripensai a quello sguardo e alla sua natura colorata di nero.

    Ripensai anche alla voce, la sua, inclinata dalla rabbia e affannata da un’inutile isteria.

    La donna mi guardava, fissava i miei occhi.

    Non reagii e nel ritorno pensai al perché; ai perché.

    La mia tranquillità bambina era stata sorpresa e sculacciata, rotta come si fa con un vetro vecchio in un guizzo d’inutile infantilità.

    A casa ci tornai piano.

    Lo feci per godere della notte la sua parte più spontanea, quella che non si coglie subito e che arriva piano prestando attenzione.

    Ritornai di notte senza la benché minima speranza di reagire, di farlo subito. Dovevo attendere e lo sapevo.

    Dovevo imbottirmi con l’inefficace limbo che concede ogni malattia. Imbottigliarmi in un’inutile attesa.

    La donna mi aveva aggredito. Avevo preteso di colorare il mio foglio bianco con dei pastelli scoloriti e tutti tendenti al viola. E si sa che non amo quel colore.

    Intanto le gomme rotolavano giù sull’asfalto e non profumavano di talco, e pian piano si scaldavano.

    Più lontano i vulcani erano imprecisi nelle loro eruzioni.

    Non promisi niente a me stesso in quei minuti, anzi mi fermai in una stazione di servizio e feci benzina da solo. Controllai il prezzo e i litri, esaminai anche la luna e immaginai la sua parte nascosta, quella concessa solo agli astronauti e a chi ha pazienza e coraggio.

    In quel ritorno bendato e con la paura di essere incornato da un toro, da un fantasma dalla forma bizzarra, ripensai a poche cose, oltre.

    I fari delle macchine mi ipnotizzavano, e l’odore dei vigneti che avevo racchiuso in una bolla immaginaria tornò a farmi visita.

    Non pensai alla possibilità di modificare i rapporti, o al pericolo di essere modificato vivendoli.

    Appena tornato a casa, e dopo aver messo la macchina al sicuro, aspettati qualche minuto.

    Presi tempo, mi concessi il lusso d’attendere un segno, una possibile soluzione.

    Ma niente, quella infame non arrivò.

    Irruppe il sonno con la sua splendida armata, e la notte finì e non ci fu soluzione. E gli automobilisti continuarono a litigare tra loro, e a diffidare di ogni opera creata.

    Il mattino schiarì i dubbi, offrì dei capi da indossare e diede forma ai demoni. Erano vuoti dentro e trasparenti e puzzavano di camere chiuse e di ore stanche. Erano delle brutte copie della vita che si vive e che termina sempre con un respiro rotto.

     

    Forse i malintesi non hanno la pelle liscia e piacevole al tatto. E nemmeno abbronzata a ben vederla.

    E sporca e opaca. E facilmente irritabile.