Gaetano's profileIL GIOCO DEL MONDOPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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November 23 Dichiarazione di dipendenza.“Il tuo sguardo mi sembra una dichiarazione di dipendenza” disse Paolo animatamente. Il ragazzo la teneva per mano. Muoveva i piedi quasi furiosamente su quelle mattonelle mangiate dal muschio. Marirosa lo guardava. Sorrideva, e le sue labbra carnose vibravano nella penombra. Niente di speciale in quel momento, o forse si. La luna era piena, tonda e soda. Malinconica e irraggiungibile. I due ragazzi erano circondati da una ringhiera pericolante, di quelle usate per camuffare i suicidi come finti e spiacevoli incidenti. Paolo aveva pensato parecchie volte a una fine del genere. Aveva pensato molte cose negli ultimi giorni. La ragazza continuava a guardarlo, sembrava stordita da quel fiume di parola. Da quelle vocali e consonanti disordinate e imprecise. Allora il ragazzo con un movimento rapido la vece volteggiare. Poi si fermò. Poi si fermarono. Sembrava governare quel corpo, quello della ragazza, con apparente disinvoltura. Come fosse il prolungamento del suo. I secondi passarono come le nuvole che coprivano svogliatamente la luna. Era estate. Era calore appiattito dalla notte. Da lontano un leggero profumo d’erba stagnava nell’aria. Più in basso, una falciatrice di quelle usate per tagliare il grano, si nascondeva nel buio. Arrivava un silenzio discreto e complice, dalle umide colline alle loro spalle. “Dipendenza da cosa?” disse Marirosa come a voler riacciuffare il discorso, e forse con lui, un minimo di solidità, in quel momento imprevedibile. “Da me” e poi silenzio. Le sue parole vagarono un po’ nell’aria. Presero una forma strana, finita. Come quella di una ragnatela in una cantina chiusa. La ragazza inclinò un po’ la testa verso sinistra; come fanno i cani quando non capiscono, o si divertono. Sorrise un po’. Un po’. Sorrise solo un po’. Allora il ragazzo si scostò da lei. Prese a camminare verso la ringhiera e fissò le cose che la notte andava inghiottendo. Si sorprese, e ripensò a qualche definizione del buio. Non trovò niente di sensato, né mai ci sarebbe riuscito. Sorride un po’. Perché? Che vuol dire quel sorriso tagliato. Perché si è allontanato? E’ un tipo strano. Davvero strano. Prima mentre mi parlava, a malapena riuscivo a trattenere quel sorriso, ma forse m’è sfuggito. “Ti nascondi da me, adesso?” Quelle parole lo raggiunsero come un colpo di pistola. Il ragazzo barcollò leggermente. La sua posizione, ora, era davvero precaria. Di là il buio. Dietro, una ragazza intelligente dalle labbra carnose. “No, non lo faccio. Cercavo di capire” disse lui con un tono di voce vergognosamente infantile. “Bene” “Bene” “Siamo capaci di dire solo: bene?” “Credo di sì, sicuramente abbiamo dimostrato di saperlo dire, bene” “E che altro sai dire?” Lui non rispose, e quella relazione la incuriosì. Quindi si avvicinò a Paolo. Prese la sua mano, quella sinistra. Ora, i loro pensieri percorrevano la ragnatela fitta e rischiosa del silenzio. Solo in quel momento la ragazza notò le tante stelle disseminate nel cielo. Lei ora da cosa dipendeva? Dal ragazzo, dalle stelle? Da quel silenzio complice e inumidito dalla notte? Non seppe trovare una risposta a quel piacere indecifrabile. Poi prese a parlare, sembrava convinta. Convinta del buio in cui vagabondavano i suoi pensieri. "dove hai imparato tutte queste cose?" Il ragazzo la guardò, notò la luce nei suoi capelli e pensò al mosto e all’odore dell’uva. “quali cose?” “quelle che ti danno quell’aria” Paolo allora si guardò in torno, poi si annusò un braccio. Sorrise. Anche la ragazza lo fece. I suoi denti erano bianchissimi e vertiginosi. "le ho imparate una sera, o meglio, una sera ho capito di saperle" "una sera ...eh?" "si, avevo il pc acceso sul tavolo in cucina.." "un notebook?" "si uno di quelli, e ascoltavo un cd, e a un certo punto ho distinto chiaramente il ronzio del frigo, era chiaro e fastidioso e meraviglioso" "tutto qua?" "si tutto qua, il ronzio mi ha salvato" “salvato?” “si mi ha salvato” Marirosa vacillò un attimo. Il suo corpo si mosse velocemente, le sue mani si fecero fredde. Paolo la guardò, ora non aveva più parole. La ragazza respirava male, confusamente. Stava piangendo. Allora il ragazzo capì tutto, capì il perché di quelle lacrime salate. E si sentì solo; avvertì forte e incontrastato il silenzio delle nuvole, e delle stelle che poco prima Marirosa aveva notato. Poi sentì le labbra madide di lei, mentre la baciava. Le guance umide della ragazza bagnarono quelle di Paolo. La stava stringendo contro il suo corpo. Avvertiva il suo seno alto, sodo. Eppure morbido. Dopo il ragazzo si stacco. La guardò. Sorrise. “Aspetta un attimo” disse. Marirosa ebbe paura. Provò un timore limpido, e lancinante. Paolo sparì nel buio che aveva mangiato le scale. Tornò poco dopo con una coperta. “Non è un granché, ma è l’unica che son riuscito a rimediare” disse abbassando lo sguardo. Lei sorrise, si avvicinò e gli accarezzò il viso. Aprirono la trapunta e la posarono sul pavimento. Marirosa si sdraiò. E sorrise di nuovo, il suo sguardo tradì un’ombra, leggera, durò un attimo. Forse un principio di paura. Paolo credeva di sentire il cuore della ragazza battere, e immaginò cavalli selvaggi dalla criniera scura e lucente. Immaginò anche il profumo delle margherite e delle viole. La spogliò piano. Si stupì dell’imbarazzante bellezza del ventre di Marirosa. Spostò i capelli che tagliavano il viso della ragazza, e si emozionò nel vedere la luce nei suoi occhi: avevano sfumature che ricordavano il lilla, e brillavano come fa il sole in certe mattine d’inverno. Sbottonò la sua camicia. Tolse le scarpe e poi i pantaloni di cotone. Tirò via i calzini dai piedi. Ora erano nudi, e i loro corpi riflettevano il bianco della luna. Dopo si abbandonarono al piacere, come si fa nelle serate passate al mare o nelle stazioni polverose poco prima della partenza, nel batticuore dell’attesa. Paolo avrebbe capito solo dopo la ragione di quel fai piano. La leggera sofferenza mista al piacere, nei gemiti di Marirosa. Quella notte passò lentamente. Rimase meravigliosa nei ricordi dei due ragazzi. E anche quando anni dopo si persero nei risvolti nevrotici della vita, quel momento rimase per loro l’unico di assoluta bellezza. November 17 Questa notte.Non credo sia giusto innamorarsi prima di chiedere permesso. E' un'ingiustizia, quella, pari a quella compiuta dall'autunno. Certo, le foglie morte. Quelle che cadono. Certo. Certo, le prime maniche lunghe a coprire la pelle che sbianca. Il buio che taglia il giorno. La malinconia dietro l'angolo. Per innamorarsi bisogna chiedere permesso, al mare, a lui intendo. Ché non si può far altro se si è pieni d'invidia o di odio. Se dentro, in quel terreno nascosto, dove la vista è concessa al terzo occhio ...quello di cui parla Battiato, quello intendo, se dentro dicevo: non c'è spazio, si rischia di far baccano. Si rischia di accavallare strimpellate di violino e corde appese al soffitto. Non c'è ragione di chiedere permesso nelle notti passate con il vino sulle labbra, non c'è ragione di avventurarsi in una sventura. Certo tenere cellulari, e pc, e fisarmoniche spente, di notte, aiuta. Certo se l'autunno avanza, e non si ha paura, già, proprio quella, se l'autunno avanza e non si ha voglia d'inverno, e il freddo sulla pelle non fa spavento, e le mattonelle non si appannano, e le comete non volano. Se non si ha voglia d'inverno, beh a innamorarsi non bisogna chiedere permesso. Non si dovrebbe scrivere in una notte d'autunno, non si dovrebbe scrivere mai. Niente penne, né tastiere nere. Sarebbe necessario bruciare libri, spezzare vecchi dischi in vinile. E non viaggiare in treno, al crepuscolo. Bisognerebbe evitare l'acquisto di cuffie. E di biglietti aereo con mete precise. Ripeto: bisognerebbe evitare di scrivere, e di dire stronzate. Ma sognare San Francisco poco prima della sera, Davis che risuona dietro una stradina. Cos’ha uno da perdere quando il vento non gira dalla sua parte? Cos’ha uno da perdere quando è felice? Non è questo il tempo di fermarsi, spero non lo sia mai. Poiché, che ragione si ha se non quella di provare, si solo provare, ad essere felice? Quella è l’unica ragione per cui vivere. Che speco sarebbe a fare il contrario, a far scappare la notte se si ha voglia di scrivere. A prendere in mano le cuffie e portarle alle orecchie. A fissare il soffitto, e non dire niente. Non si dovrebbe chiedere permesso se si ha voglia di volare. Né leggere queste parole.
October 08 ALLA RICERCA DEL DOLORE“E cos’è cambiato?” “E’ cambiato che non c’è più Matteo” Lasciai le mie parole sospese, finite, immerse in un vuoto osceno senza scampo. Le lasciai in cura alla notte che stava arrivando, e alla nostra insonnia. Cecilia allora mi guardò, e lo fece in modo strano. Forse mi scoprì nuovo. Forse notò i miei primi capelli bianchi, poi col dito accarezzò la mia fronte come fanno i piedi di notte, nello squallore di Piazza Umberto. Andò via. Io rimasi lì, in quel corridoio bianco, seduto su quelle panche stanche e scomode. Io rimasi lì, sconfitto e immobile in quel territorio dall’apparenza asettica. Non so per quanto tempo fissai il tappeto in linoleum sotto i miei piedi. Furono minuti vuoti, perché non pensai a niente, neanche a Cecilia, né a Matteo avvolto nell’incerata scura. Poi andai verso la finestra. L’aria era pregna di un profumo limpido e leggero, forse bergamotto o qualcosa che non seppi decifrare. In quei minuti non sapevo fare niente.
Quando il telefono squillò io rapinavo una pasticceria, nei sogni. “ Cecilia, che c’è? hai visto l’ora?” “Matteo ha avuto un incidente” “Come Matteo?” “Stava facendo …un sorpasso …e non ci posso credere Daniele, come faremo ora?” “Adesso dov’è? Come sta?” “Non lo so, mi ha chiamato sua madre, mi ha detto che l’hanno portato al Policlinico e che l’avrebbero operato a breve” “Tu dove sei?” “A casa, passa a prendermi, ho paura …non voglio andarci sola” “Arrivo”
Avevo spento il cellulare, quella notte aveva squillato e portato cattive notizie, e poteva bastare. Ero distratto e ovattato, e non avevo notato la folla che sostava dall’altra parte della porta che sigillava me e tutto il reparto di rianimazione. Conoscevo quelle voci, e quei visi che si sarebbero affrettati a mostrare il dolore. Anche in modo innaturale. Qualcuno piangeva già. Poi vidi un’infermiera dall’aria trascurata dirigersi verso la porta, e aprila. Fuori la notte iniziava a schiarire e a scacciare i fantasmi nelle loro tane. Rimasi immobile con lo sguardo diretto fuori, con gli occhi che non guardavano quei balconi, quegl’alberi che sfiorivano. Cercai di parlare il meno possibile, e di soffrire un po’. Cercai di scovare quel dolore che mi avrebbe invaso e investito. E che non provavo.
“Non è colpa nostra, o almeno non tua, non iniziare a pensarlo” “Non è giusto che c’andiamo insieme” “Invece sì, noi siamo suoi amici” “Io ero suo amico, e tu, forse, qualcosa di più” Non ricordo quello che ci dicemmo dopo, invece quella mano, la sua, che si posò sulla mia mentre guidavo non riesco a cancellarla. Pensai a quanto sporco ero. E a quello che avevo perso. Appena entrati nel reparto di rianimazione sua madre ci disse, tra le lacrime, che non ce l’aveva fatta. Che avevano tentato. Sembrava giustificarsi nella sua disperazione, con noi. Ma lei non sapeva. Lei non immaginava che suo figlio era morto molto prima, e per causa nostra.
Passai la mattinata in giro, stordito e incredulo. Presi la macchina e andai per certe strade di campagna che amavo frequentare d’autunno. Vagabondavo piano e respiravo a pieni polmoni l’odore dell’erba e della terra appena arata. Le olive erano ormai mature e il loro verde tagliava il colorito spento e d’argento delle foglie. La radio suonava un vecchio album dei Pink Floyd. Non pensavo a Matteo che per me era ancora vivo, non pensavo alla colpa che provavo, no, mi ostinavo a cercare il mio dolore inespresso tra le pietre bianche dei muretti a secco lungo la strada, in quel cielo azzurro e pulito. Cercavo il mio dolore nei ricordi dell’infanzia, in quei discorsi che ora mi apparivano premonitori. Ma niente, era tutto malinconia e ulivi e mandorli spogli. Poi mi fermai all’altezza di un trullo. Era ormai diroccato. Scesi dalla macchina. Conoscevo quel posto. Non pensai ai sassolini che entravano nelle scarpe, né alla polvere che segnava i pantaloni di cotone. Ero solo, e per la prima volta in vita mia ebbi la netta sensazione si assaporare la solitudine, quella che secca le narici e attutisce gli odori. La solitudine dei fondo scala o delle birrerie vuote in una mattina d’estate. E fu così che iniziai a piangere. Solo. Come un bambino. Dopo il pianto si calmò, e provai un freddo eterno mentre la pelle pian piano iniziava a gelarsi. Guardai il sole e la natura arida che mi circondava ed ebbi pietà di me. Ebbi la perfetta sensazione della mia sconfitta, del mio errore senza ritorno.
“Cos’è successo Cecilia?” Lei mi guardò interdetta. Le sue lacrime avevano, forse, l’esclusiva del dolore quella notte. “Perché proprio Matteo e non noi cazzo!” La sua voce era roche e decisa. Precisa. “Perché non sento niente?” Guardai le sue mani, la sua pelle rosea e gli occhi che annegavano nelle lacrime. “E cos’è cambiato?” “E’ cambiato che non c’è più Matteo”
Ritornai a casa piano. Erano vuote quelle mura, più del solito. O almeno così le sentii. Osservai svogliato le colonne di libri che sostavano per terra ai lati del divano. Non mi suscitavano piacere, e mi sorprese. Mi avvicinai a quei titoli e li lessi uno per volta, piano, ma niente, non provavo alcun interessare. Iniziavo a punirmi? Cominciavo forse a precipitare in quell’incosciente sentore di distruzione che provavo già dai tempi dell’elementari? Quella era la mia strada, o almeno così pensai in quel momento.
Dalla finestra filtra un barlume di luce. Cecilia mi baciava il collo. Sento forte l’odore del cotone delle lenzuola e della pelle chiara di lei. Ascolto le sue mani sul mio corpo, sul mio petto lanoso. “sarà sbagliato?” “non ora Daniele, non ora” Allora decido di abbandonarmi alla sua carne liscia e al mio piacere, alle nostre voci incerte e al suono dei motorini che provengono dall’esterno. Mi vergogno un po’, ora, mentre ci rivestiamo. E non per la colpa d’aver tradito Matteo ma per la piacevole nudità con cui mi mostro a Cecilia. Mi piace osservarla mentre indossa piano gli slip, e quella luce che illuminava la sua schiena nuda e i suoi nei piccoli e decisi, e i capelli rame che le scendono leggeri sulle spalle rompono il fiato per tanta bellezza.
Forse quella sera Matteo ci vide uscire insieme da casa mia, e realizzò tutto. Nella sua testa si ricomposero con la giusta luce le nostre comuni assenze, i nostri sguardi a nascondersi. La nostra nuova affinità, mia e di lei, e che lui giudicava meravigliosa e piacevole.
September 21 ....E so molto bene che non ci sarai.
Il futuro, Julio Cortàzar September 09 La sua vocePrima di abbandonarmi a questa stanchezza invincibile e quasi dolorosa. Prima del resto, e delle attese. Con queste vie infinite e precise e affollate da macchine in fila indiana ai due lati, non si ha l’impressione d’un prima e un dopo. Di un lascito differente che non sia immagine. Prima di qualunque spettacolo delirante che appare fuori da ogni treno in corsa, e della fine di questa estate così ammaccata e stravagante, si depositano, nel fondo, i ricordi e i rimpianti mai assopiti. Come dei binari nel loro fine corsa, o meglio come una bottega di odori e colori.
<pronto> <ciao… non sapevo se chiamarti, ti disturbo?> <no, che dici, come stai?> <bene, tu?> <bene> <sai, prima di chiamarti, ho guardato a lungo il tuo nome scritto di nero sul display, e ho pensato che t’ho chiamata poche volte per nome, Sara> <che strano che sei…> <che bello risentirti, Sara>. Poi le parole, nella mia memoria, si dissolvono. Ricordo il rumore piacevole del suo sorriso, le mie dita un po’ sudate. Quando la nostra conversazione finì, e sentii un suono sordo dall’altro capo della cornetta, ricordo di aver cercato qualcosa fuori dalla finestra, con lo sguardo. Qualcosa d’indefinito e irraggiungibile. Forse la felicità della mia infanzia. Intanto i giorni scorrevano, e la mia pelle alitava giorni sprecati e solitudine. Quella telefonata me la ricordo a metà: ha il sapore limpido per tutta la durata dello stupore, poi si dissolve. Perde consistenza.
Si sovrappongono le immagini, e le bottiglie di birra che tenevamo per la canna col timore che diventassero calde prima di ritrovarci sul lungomare di Giovinazzo. A parlare su quello scoglio piatto. A dire e ridere, e sorridere. Certo senza Sara. E con il Moleskine che parlava un po’ troppo di lei. E ora questa stanchezza fisica che impasta la retina, e imprime immagini vecchie e nuove, e da lontano un buon odore di pane alle olive, e il suono di una fisarmonica. Certo senza Sara che poi non ho più rivisto ma sentito. Certo, la sua voce. E questa città che ora è spettrale, e piove e ho da poco lasciato il Galleria. Che bel film. E le immagini di un inverno da poco passato, e di un’estate con l’acqua alla gola. Ripenso a quando ho capito che le cose finiscono, e a come può sentirsi in imbarazzo un paio di scarpe nuove.
Certo, la sua voce. Certo.
August 23 A ricucire lo strappo.Se il nastro si riavvolge, e poi si stoppa nella sua testa bianca d’inizio corsa, penso al cielo scuro senza stelle delle notti spagnole. Penso alla latitanza della luna. Sono passarte troppo veloci quelle notti ...più per voglia che per necessità, sono volate tra la musica ovattata dai discorsi in inglese, da sguardi sempre troppo furtivi e alterati. Hanno ora gli occhi spenti e assetati delle prostitute per la strada, hanno il colore della loro pelle e l’alito troppo consumato dalla dannazione. Hanno l’alone dell’irrimediabilità, della resa. Del sesso a pagamento dietro angoli sempre poco nascosti. E così devo cancellare con la spugna questi pensieri, devo centellinare i ricordi. Confesso che ho sentito poco la strada, confesso che la gente mi ha deluso. Che la chiusura l’ho respirata appena messo piede in aeroporto, di notte e con i miei amici. Serrado. Chiuso. E non è stato un caso aver conosciuto Sara in aeroporto, per caso, quell’ultima notte d’attesa e di febbre. Nelle sue parole, i titoli di coda. La conferma ai pensieri. Sara che aveva occhi grandi come un lago animato da rubini, che studia ad Amsterdam e indossa scarpe leopardate. Gesticolava. Parlava e capiva. Chiedeva e poi rispondeva alle mie domande. Sarà che scrivo di sera e non so pensare alla luce del giorno, a quelle strade larghe, alla bellezza pacchiana di Gaudì. Alla metro che taglia l’intestino scuro di quella città che a viverci si fa un salto di qualità. Non so pensare alla Paella inarrivabile di Carlo. A quell’asfalto curato. Penso alla gente. All’ostilità. Penso a quel puzzo che mi da fastidio ancora adesso. Penso alla stupidità. Alla birra che salta fuori dai tombini. Alla mediocrità della paura. Penso all’aria condizionata degli aerei. Alla noia di volare. Penso ai treni di Kerouac. Al piano che suona di Einaudi. A Denver. A Frisco. Penso ai sotterranei, al “Io so” di Pasolini. All’inutilità di queste parole e alla febbre che mi tiene legato a casa. Ho promesso a questo blog ormai deserto che avrà vita breve. Ho promesso alle mie idee che avranno vita, breve. Poi c’è Sandra che serviva ai tavoli nel bar di Martin, e aveva la faccia sudamericana e infatti era cilena. E sorrideva di nascosto. Sorrideva a chi le regalava un sorriso. E poi tequila, a fiumi, e ciupido …cicchetti. Sangria. Non lo so cosa mi è rimasto. Cosa sopravvivrà. Spero la calma. La tranquilla astinenza dalla nevrosi delle vite che viviamo.
E poi il tramonto.
August 15 Barcellona, La Rambla 100.E' una stanza d'albergo climatizzata, questa. C'è disordine, e una grossa voglia di vita.
Ha mura gialle, e spente. Ha mura vive e vissute.
Un piccolo balcone ci divide da La Rambla.
Barcellona è una città dalle vie fruttate ma anche puzzolenti di liquido e piscio. Umano.
E' una città dalle viscere meridionali.
La maglia che indosso è rossa, e chissa che piega avrà preso la bandiera che non sventola e che è colorata di giallo e poi rosso.
Le ore danzano veloci e felici e basta chiudere questo tempo piccolo in un'ampolla immaginaria e poi respirarlo nei momenti d'ombra.
Sono notti senza una meta, notti che passano senza cicatrice e alcun peso. Notti da divere e che si piegano verso facili soluzioni.
Donne a pagamento per strada, e birra nei tombini. Spettacoli, luci e illusioni.
Capelli troppo neri, sguardi che si poggiano nella metro: tutto un mondo, una storia in un lampo. Poi si scende, e tutto esplode come un una bolla di sapone, come la bellezza senza fine dei sogni.
Queste sono parole rubate e non previste, forse le uniche fuori dal Moleskine.
Barcellona non ha l'anima del jazz, ha un profumo non previsto dalla forma strana. Muove verso dune dal colore giallo e verde e rosso. E che sfuma.
Ha piazze precise e prati da non calpestare e che si attraversano lo stesso.
E' una città che concede, e forse rovinata dai troppi turisti.
Una posto che ricorderò per la bellezza del "Mercato della Boqueria".
Spero di ritornare su queste parole, ora doccia e poi luci e musica senz'anima dall''assurdo volume.
July 21 EroinaAvevo piegato il braccio destro nell’inutile intento di nascondere l’ematoma.
Thea, la cameriera dal grembiule a strisce rosse e bianche, mi stava servendo brioche e caffè al tavolino. Lei sapeva pescare, in quel pozzo senza fondo dei miei occhi verdi, il peso asfissiante della paura. L’immagine di Paolo con siringa al braccio e schiuma alla bocca, alitava la sua presenza mortificante. Thea mi conosceva, Thea mi aveva persino amato in quel periodo in cui gli alberi avevano la stessa forma sempre uguale nei disegni alle elementari. Ora gli alberi erano fantasmi, erano ombre a inseguirmi. “come va oggi Francesco” disse Thea accarezzando le mie guance essiccata dal sole e dalle troppe notti per strada. “oggi? Oggi come ieri, e che dici, adesso, Paolo, nella sua bara che forma avrà?” “che cazzo dici Francè!? Basta con sta storia” “niente dico, anzi dico me lo porti un altro cornetto? Oggi ho troppa fame” “ok …il secondo lo offre la casa se la smetti di dire queste scemenze, e inizi a mangiare il primo croissant”. Vidi il suo sorriso innaturale, forzato. Poi si girò verso le enormi finestre che ci separavano dal mare grigio contaminano dall’inverno, fuori, e s’incamminò piano verso i tavolini ordinati alla nostra sinistra, in direzione del banco trafficato dai tre baristi e dalla proprietaria dagli occhi azzurri, e sanguinanti. Come sanguinanti? Ecco che torna. No dai, ora no. Paolo, che ci fa Paolo …in questo bar, ora. Perché sei disteso per terra, e ti calpestano, Paolo. I loro piedi entrano dentro il tuo corpo. Hai il volto cianotico, Paolo. Basta rantolare. Basta con quella disperazione. Perché è tutto opaco? Perché la luce è la stessa di quel neon in quella maledetta stanza. Perché quella sera? Salvate Paolo. No, la schiuma no, lavategli la bocca su. Odio quella schiuma bianca e lattiginosa. E gli occhi. Dove sono i tuoi occhi? Poi Paolo sparì. Vidi Thea piangere, e la crema colare dal cornetto che stringeva con la mano. Sentii il mio respiro tornare regolare. Cercai di navigare la natura ruvida del tavolino, con indice della mano sinistra. Il braccio destro era sempre piegato, chiuso. Pensai alle parole di Grazia: “…tranquillo, quelle crisi vanno e vengono, chi fa uso di droghe è esposto a visioni, …la droga scava nel corpo, nella testa, oltre al ricordo del suo effetto, le immagini i suoni gli odori e tutte le altre percezioni che hanno accompagnato il suo utilizzo”. La voce di Grazia mi tornava rassicurante e familiare. I miei occhi annebbiati dall’oblio senza fine in cui ero ripiombato, fissavano il vuoto. Poi sentii il corpo caldo e inquietante di Thea stringermi. Le sue lacrime salate annaffiavano i miei capelli sale e pepe. Ero immobile, perso dietro la patina confusa dei ricordi. Paolo. I tuoi occhi si spengono piano. Le tue bracciano cercano di afferrarmi nel vuoto. Nel vuoto! Non riesco Paolo. Cazzo non riesco a muovermi! Sto cercando, ma non riesco. Il mio corpo è tutto eccitato. So che durerà pochi sporchi minuti, e poi il piacere calerà e ci sarà il buio senza fine della dannazione. Paolo. Paolo. Paolo. Paolo. “Francè, vieni fuori da quell’incubo, Francè così non puoi, Francè”. Sentivo la voce di Thea, l’unico contatto con il mondo reale, fuori. “Paolo” ripetevo. “Lascia andare Paolo, lascialo al suo destino già scritto, lascia andare Paolo …questa è follia” “Paolo, perché Paolo” Sentii un ultimo rantolo salire alle labbra, e poi un forte dolore al petto. Mi risvegliai in ospedale, con Thea che mi stringeva la mano. La stanza era illuminata eccessivamente, l’ossigeno rinfrescava il mio corpo. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti, sentivo alterati i miei sensi. “da domani ritorni in terapia al Sert, e non si discute!” ordinò Thea. Non risposi. Aveva ragione. Sentivo le mani sporche dal fango con cui era stato seppellito Paolo. L’eroina aveva annientato la pace, la mia pace. E gli archi della salita verso San Luca, a Bologna, sarebbero stati per sempre il simbolo della mia perdizione. Di quella notte d’iniziazione ricordo la stagnola che luccicava nel buio, e la fiamma dell’accendino sotto a liquefare quel pezzo scuso e maligno, e poi il viso di Paolo illuminato per metà, contrariato. Io sorridevo come solo i demoni sanno fare. Poi sentii l’ago pizzicare la mia pelle, e un orgasmo apparentemente infinito impossessarsi del mio corpo. E dopo il buio. Lo stesso di adesso. July 14 SouvenirMentre ritornai a casa, con il finestrino abbassato e la musica a volume appena accennato, ripensai a quello sguardo e alla sua natura colorata di nero. Ripensai anche alla voce, la sua, inclinata dalla rabbia e affannata da un’inutile isteria. La donna mi guardava, fissava i miei occhi. Non reagii e nel ritorno pensai al perché; ai perché. La mia tranquillità bambina era stata sorpresa e sculacciata, rotta come si fa con un vetro vecchio in un guizzo d’inutile infantilità. A casa ci tornai piano. Lo feci per godere della notte la sua parte più spontanea, quella che non si coglie subito e che arriva piano prestando attenzione. Ritornai di notte senza la benché minima speranza di reagire, di farlo subito. Dovevo attendere e lo sapevo. Dovevo imbottirmi con l’inefficace limbo che concede ogni malattia. Imbottigliarmi in un’inutile attesa. La donna mi aveva aggredito. Avevo preteso di colorare il mio foglio bianco con dei pastelli scoloriti e tutti tendenti al viola. E si sa che non amo quel colore. Intanto le gomme rotolavano giù sull’asfalto e non profumavano di talco, e pian piano si scaldavano. Più lontano i vulcani erano imprecisi nelle loro eruzioni. Non promisi niente a me stesso in quei minuti, anzi mi fermai in una stazione di servizio e feci benzina da solo. Controllai il prezzo e i litri, esaminai anche la luna e immaginai la sua parte nascosta, quella concessa solo agli astronauti e a chi ha pazienza e coraggio. In quel ritorno bendato e con la paura di essere incornato da un toro, da un fantasma dalla forma bizzarra, ripensai a poche cose, oltre. I fari delle macchine mi ipnotizzavano, e l’odore dei vigneti che avevo racchiuso in una bolla immaginaria tornò a farmi visita. Non pensai alla possibilità di modificare i rapporti, o al pericolo di essere modificato vivendoli. Appena tornato a casa, e dopo aver messo la macchina al sicuro, aspettati qualche minuto. Presi tempo, mi concessi il lusso d’attendere un segno, una possibile soluzione. Ma niente, quella infame non arrivò. Irruppe il sonno con la sua splendida armata, e la notte finì e non ci fu soluzione. E gli automobilisti continuarono a litigare tra loro, e a diffidare di ogni opera creata. Il mattino schiarì i dubbi, offrì dei capi da indossare e diede forma ai demoni. Erano vuoti dentro e trasparenti e puzzavano di camere chiuse e di ore stanche. Erano delle brutte copie della vita che si vive e che termina sempre con un respiro rotto.
Forse i malintesi non hanno la pelle liscia e piacevole al tatto. E nemmeno abbronzata a ben vederla. E sporca e opaca. E facilmente irritabile.
June 27 Faccio tardi, è meglio andare.Musica a basso volume e voci di bimbe alla finestra. Mi sembra strano che la pioggia caschi, mi sembrano strane molte cose. L’essere irritati ad esempio. Mi sembra cosa ardita la pancia rosa di un cane, e il fuoco. Le dolci note che danzano per la stanza. Gocce, odori, e clacson. E’ una sera serena questa, senza macchie irrequiete che non si possono sanare; per le campagne alita una dolce brezza, e il mare è blu, è scuro. Sembra quasi indaffarato a nascondere qualcosa che sfugge alla vista. A musica bassa e con la tenda che si muove, piano. E la luce è gialla. E la luce è calma. E la luce è serena. Le gomme sull’asfalto si consumano piano, come fa la musica elettronica con i timpani e l’odio con gli imbecilli. Forse non c’è scampo a poche cose, forse è facile sorridere. Anzi è così: è facile per me sorridere. Dostoevskij è piegato a meta sul tavolo, e nel frigo le pesche sono tutte ordinate al loro posto. M’imbatto in strani pensieri, poco efficaci. A ben sentire sono tranquillo, e dovrei uscire ed è quello che farò appena la pagina avrà assunto quel suo tipico alone colorato di nero. E i mestoli alle mie spalle, e il ventilatore spento. Sento le pozzanghere squarciarsi, e chissà chi sta muovendo quei piatti che sbattono tra loro. Questo giugno che passa piano e freddo e piovoso. E incredulo. Il cielo mi sembra una perfetta scenografia in questo teatro parrocchiale che è il mio paese. E chissà la mia bella ora, chissà che farà. Mi aspetta, e sa che arriverò in ritardo, o forse no. Non oso alzare il volume dello stereo, il solo pensiero mi sembra un peccato, un torto alla quiete. Penso ora all’aspetto incurvato di Leopardi, ma è un pensiero subdolo e banale, e soprattutto non sta in piedi. L’arancio è un colore divertente, è un colore che fa bene, ed è il colore dell’Anas. Le ombre hanno contorni indefiniti, come questa serata. Il cane dorme beato. Ma. Faccio tardi, è meglio andare.
June 25 Daniele Burgo BrambillaIl trillo infantile del telefonino mi ricordò che ero un essere umano, e che il letargo è cosa animale.
I secondi che seguirono furono come sempre devastanti: salivazione azzerata, rutto libero, grattata insistente al cuoio capelluto e successivo esame visivo. Tutti era in ordine e funzionante. “Daniele, oh Daniele …Giorgia chiama Daniele, ripeto, Giorgia chiama Daniele!” “che vuoi Giorgia, è l’alba!” “alba? L’alba non dovrebbe terminare diciamo verso le sei, sei e mezza al massimo? Mi sa che son le due, o meglio, le quattordici” “io li odio quelli che dicono le quattordici, le quindici e via dicendo, che vuoi? Su!” “niente, passo a prenderti, vestiti” Evidentemente mi aveva chiamato da sotto casa perché dopo pochi secondi il videocitofono iniziò a suonare. “in bianco e nero sei davvero brutto, Giorgietta mia” “fanculo, apri stronzo” La vidi sorridere con mille e settecento denti e poi fare la linguaccia. Mi amava Giorgia. Io non amavo lei. Aprii la porta e andai in camera da letto. Sentii i suoi passi nella penombra delle tapparelle semi-abbassate. Entrò in camera e mi bacio il collo. Io continuai ad abbottonare la camicia. “la tolgo?” “no vestiti, devo parlarti” “parliamo” “vestiti, ti aspetto in cucina, lo vuoi un caffè?” “no dai, lo prendiamo al bar, giù” “ok” Guardavo Giorgia illuminata dalla luce artificiale dentro l’ascensore, la sua pelle era brillante e apparentemente delicata. Il sedere, un’autentica meraviglia, era tagliato a metà dai suoi capelli neri e lisci. Per strada tornai a osservare la luce nei suoi occhi, mi sembrava diversa. Alterata. “dai sediamoci qui” “ma no dai, si vede il balcone di casa” “e quindi? Che male c’è?” “ma no, niente, però sai, il balcone è di casa mia” Mi zittì con un gesto della mano. “farnetichi?” “si” “perché, sei nervoso?” “si, e non so il perché, stasera? Impegni? Se vuoi dopo torniamo in casa…” Sorrisi allusivamente. Come solo certi maschi idioti sanno fare. “devo dirti una cosa, e dopo, non so se ne avrai voglia” “e che può essere di così grave, di così trascendentale” “non le sai usare, tu, certe parole” “scema” “scemo” Sorrise. Io ricambiai, e poi chiamai il cameriere con il solito gesto, inutile e offensivo. Lui che mi conosceva bene e sapeva quanto fossi arrogante, ci mise un po’ ad arrivare. Pareva improvvisamente indaffarato. Presi le chiavi che avevo nella borsetta di Vuitton, e con il telecomando iniziai ad aprire e chiudere la macchina. “se vuoi, prendo la moto e andiamo a fare un giro” “no, no, adesso devo dirti una cosa” “che fretta hai?” “un po’ ne ho, e smettila di aprire e chiudere la macchina, l’hanno vista tutti, le ragazzette ti stanno guardando, tranquillo, e poi siediti composto, ma che mocassini hai?” “comprati ieri, ti piacciono?” “mostruosi” “bellini eh?” “si, un’autentica cagata!” “ma che dici, sono viola, si usano” “viola addobbo funebre, intendi” E poi rivolgendomi al cameriere che stava arrivando: Tu, dico a te, ti vuoi muovere” Quello mi guardò in modo strano e poi si rivolse a Giorgia. “signorina che prende?” “un caffè, sì un caffè, e lo scusi” Il cameriere fece una smorfia, e mi guardò. “ e lei signore?” “caffè freddo con panna, panna fresca ovviamente, non quella colata acida che servite di solito” Giorgia mi diede un calcio, e mi fece male. “ma che sei idiota? Sai quanto mi costano questi pantaloni?? Idiota!” “io non so come ho fatto a prendere una cotta per te!Sei un coglione …ecco che sei! E io dovrei crescere un figlio con te?” “un figlio?” “sì un figlio, sono incinta coglione!” “un figlio?” “sai ripetere solo: un figlio?!” “come un figlio, ci sarà un errore, sì un errore, i medici fanno spesso errori” “nessun errore, tu il pisello evidentemente lo usi a tromba!” “che vuol dire a tromba?” “certo, nei circoli che frequenta quel frocio di tuo padre, queste espressioni, come dire, terrene, non le usate eh!” “come …un figlio?! e poi la tromba?” Giorgia mi guardò negli occhi, quegli occhi che non avrei più dimenticato, sorrise, si alzò e andò via. “ e tu che cazzo guardi cameriere di merda” “ma vaffanculo” E mi diede un pugno così forte che il dolore successivo mi sembrò profondo e ossessivo; poi scomparve in un modo strano, come se avesse sbagliato viso. Sentii intanto le mie parole, sdoppiate da me. Inclinate da un odio che non provavo. “ma che hai fatto, sei un pazzo!Tu non sai chi sono io! Io mi chiamo Daniele Burgo Brambilla!” Il cameriere rimase un attimo a pensare, poi mi colpì con un secondo gancio. Caddi portandomi dietro il tavolino e un paio di sedie. Rimasi a terra per un tempo che mi sembrò interminabile, poi il proprietario mi fece rialzare e rivolto al cameriere disse: Tu sei licenziato. Chiesi scusa e andai via. Chiesi scusa. Camminai per qualche isolato tenendo la testa bassa, poi alzai lo sguardo e vidi una strana luce sulle vetrine. Era abbagliate, ma sparì subito. Dopo guardai il cielo e vedi le nuvole colorate con un grigio stanco, scuro e indecifrabile. Poi sentii i primi tuoni. Rimasi fermo. Iniziai a camminare, piano, quando le prime gocce ebbero bagnato la camicia bianca che indossavo. Pensai che avevo chiesto scusa per la prima volta. Pensai a molte cose dopo, e a Giorgia. Ebbi l’assoluta certezza che avrebbe abortito, ma avevo paura. Un’intima ed inesplorabile paura, nuova per me. Un figlio. Avevo pensato di cambiare la villa a Gallipoli, e poi di comprare un nuovo Suv. Ma a un figlio no, non c’avevo mai pensato. E poi Giorgia. Io non l’amavo. Continuai a camminare fin quando i primi starnuti non mi richiamarono dal limbo in cui ero caduto. Lasciai che la notte arrivasse piano, poi tornai a casa. Un figlio. Io non lo volevo, un figlio. Poi i giorni passarono e tornai ai miei ritmi, e quel pomeriggio mi sembrò un sogno, o meglio, un incubo da cui mi ero svegliato. Sperai di non incrociare più gli occhi di Giorgia, quello sguardo che mi condannò, e che rimane l’ultima immagine che ho di lei. _________________ June 23 Potessero le mie mani sfogliarePronunzio il tuo nome
nelle notti scure, quando sorgono gli astri per bere dalla luna e dormono le frasche delle macchie occulte. E mi sento vuoto di musica e passione. Orologio pazzo che suona antiche ore morte. Pronunzio il tuo nome in questa notte scura, e il tuo nome risuona più lontano che mai. Più lontano di tutte le stelle e più dolente della dolce pioggia. t'amerò come allora qualche volta? Che colpa ha mai questo mio cuore? Se la nebbia svanisce, quale nuova passione mi attende? Sarà tranquilla e pura? Potessero le mie mani sfogliare la luna! Federico Garcia Lorca
June 22 Lo sconosciutoIl fischio del treno mi desta dal sonno, da un lungo torpore all’ombra di questo (enorme) albero di fico, e dai pensieri a navigare.
Ora non c’è più quella terra dalle ferite che non sanguinano; il buio ha portato sollievo, ha posto una cappa di perdono alle arterie fredde e scavate. E mentre scrivo, adesso, perso a quel fuoco che sentivo sulla pelle che adesso più non scotta. Il suo suono mi giunge sottile e attutito, frastagliato come certe spiagge viste solo in pellicola, e stridulo e limitato. E’ come avere un cantiere sotto la pelle, oltre il sudore che bagna le cose, in questo momento d’impassibile incertezza, quando tutto è ovattato dal filtro disarmante dei ricordi che sono morsi alle caviglie e sangue impastato alla polvere. I passi sulla ghiaia sembrano crackers sgranocchiati sotto una pesante coperta; e penso al perché del calore e all’efficacia artificiale dei condizionatori. In quell’istante prima d’iniziare a scrivere si cerca il silenzio, si fa il vuoto intorno. La naturale conseguenza a quest’equilibrio perfetto sono le lettere, poi parole e dopo ancora le frasi; e tutto potrebbe essere scambiato con la luce cristallina che precede ogni temporale in estate, o la bellezza in un volto dietro l’angolo. Comprendere il vento, e la malinconia. L’aria si muove e fa vibrare le foglie e fa muovere le navi ingrossando le vele. Sposta il polline e mi fa starnutire e poi adorare i fiori che trovo per strada a sbocciare. Penso anche che abituarsi alle cose non sia un bene, che addormentarsi ed essere pigri, disattenti, sia una catastrofe addirittura superiore a quella del Titanic. Le foglie di questo fico sono verdi e calde, sono come il palmo di un padre nel ricordo del figlio, e la loro ombra disegna precise figure che evocano dinosauri e popcorn da cine-panettone. Non ci sono nuvole in cielo, e lontano, dei muratori si sporcano con la sabbia e il cemento, e farina burro olio e acqua. E sale. L’erba è secca e il vento non sembra animarla, e non c’è traccia della ribellione alla morte, né della polvere sotto le unghie. Del perché dell’estate. Inizia piano la pioggia, e mi scopre su questo balcone, dove mi sento inerme, e muove la polvere seduta per strada. Non ci sono passanti in questa strada senza meta, chiusa da un muro ancora più ottuso di quello berlinese. Non si fugge alla pioggia e alla sfida. Non si sfugge al niente. Per esempio io non riesco a pensare al niente. E alle orecchie malinconiche di mio nonno. Intanto la pioggia fatica a decollare. June 13 Referendum 21 giugno 2009I tre quesiti referendari sono contenuti in altrettanti D.P.R. 30 aprile 2009 pubblicati in Gazzetta Ufficiale 30 aprile 2009, n. 99 e riguardano:
La Costituzione della Repubblica ItalianaPRINCIPI FONDAMENTALI Art. 1. L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Art. 5. La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento. Art. 6. La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche. Art. 7. Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale. Art. 8. Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. Art. 9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Art. 10. L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici. Art. 11. L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Art. 12 La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni. June 07 ObamaDal discorso di Obama (a 2000 musulmani all'Università del Cairo):
"Come è scritto nel Sacro Corano: "Sii consapevole di Dio e di sempre la verità". Questo è ciò che cercherò di fare, dire la verità... Io sono cristiano, ma mio padre appartiene a una famiglia del Kenya che ha avuto generazioni di musulmani... La libertà in America è indivisibile dalla libertà di praticare la propria religione... In ogni Stato dell'Unione è presente una moschea, in tutto più di 1200... Il Sacro Corano insegna che chiunque uccida un innocente, è come se uccidesse tutta l'umanità; e chiunque salvi una persona è come se avesse salvato tutta l'umanità... L'Islam non è parte del problema nella lotta contro l'estremismo violento, è una parte importante per promuovere la pace. Noi sappiamo che l'esercito da solo non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan. Per cui investiremo 1,5 miliardi di dollari all'anno per i prossimi cinque anni per costruire scuole e ospedali, strade e economia... Ho spiegato chiaramente al popolo iracheno che non manterremo basi e non reclameremo diritti sul territorio o sulle risorse... Io ho ordinato il rientro delle nostre bigate di combattimento entro il prossimo agosto... e di tutte le truppe entro il 2012. Nel mondo il popolo ebreo è stato perseguitato per secoli, e l'anti Semitismo è culminato in Europa con un Olocausto senza precedenti. Io visiterò Buchenwald... Sei milioni di ebrei sono stati uccisi, più dell'intera popolazione di Israele. Negare questi fatti è senza basi, ignorante e odioso... D'altra parte è anche innegabile che palestinesi, musulmani e cristiani hanno sofferto... Molti sono nei campi per rifugiati del West Bank, Gaza... Non c'è alcun dubbio che la situazione per il popolo palestinese è intollerabile. L'America non ignorerà le legittime aspirazioni dei palestinesi per .... un loro Stato. Io comprendo coloro che protestano sul fatto che alcune nazioni sono armate, mentre altre non lo sono. Nessuna nazione dovrebbe decidere chi può o meno avere ordigni nucleari. Questo è il motivo per cui fotermente riaffermo l'impegno dell'America per un mondo in cui nessuno possegga armi nucleari. E ogni nazione - incluso l'Iran - dovrebbe avere i diritto di accedere al nucleare per fini pacifici se accetta le responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione... Il popolo del mondo può vivere insieme in pace. Noi sappiamo che questa è la visione di Dio. Ora, questo deve essere il nostro lavoro, qui sulla Terra". June 04 Viaggio al centro della TerraLa musica nella stanza si poggia piano sulle cose. Prende la forma di un vecchio vaso, del quadro alla sua destra. Rotea come un Sufi intorno alle lampade, tra le sedie, sul tavolo. Ho ancora nelle narici il profumo sempre uguale, sempre bello, sempre buono, delle lettere di Ivana. Non sono un cultore degli odori, non ho mai amato Suskind d'altronde, però quel profumo e la sua fragranza sono come il ricordo, e la certezza delle cose buone. Non è questo un elogio a uno dei cinque sensi, che è certo il più furbo subdolo intelligente per una sola grande ragione: non si può non respirare, e facendolo si è deviati dagli odori. E’ prender nota di una gioia. La bellezza di un momento non mascherato. Non riesco a rimanere indifferente di fronte alla bontà e alle torte alla crema e cioccolato. Né alle borracce con acqua fresca quando sono in bici sotto il sole. E penso alla felicità che prende forma, in una foto, una domenica mattina. Un modello da imitare, il naturale sentiero da seguire. Una foto. Una foto. Una foto. Un bisbiglio, un’ondata travolgente, un richiamo ripetitivo nei giorni e dentro loro tra le ore. L’assolo di chitarra, un maestro d’orchestra stonato. Tutto mi porta lontano. Credo sia sbagliato cercare la felicità sempre da qualche altra parte, negli occhi inquieti e azzurri di un’altra persona. Non è oltre i confini. E’ sempre molto vicina. Accelerando, non si arriva prima all’appuntamento con lei. Forse si corre il rischio di oltrepassarla, indifferenti. La felicità non è alla fermata di un’altra stazione, è ad ogni fermata. A quest’incrocio, in questo giro di giostra. Ora. Ora. Ora. Tra la calligrafia delicata su un foglio bianco, nel leggero tratto di matita. Nell’abbraccio rubato prima della partenza in aereo. La felicità è bellezza. Tuttavia non è uno stato assoluto, non è continuo né perpetuo. Forse è il passo successivo alla serenità. A questo punto della storia, vale a dire a notte fonda, il lettore un po’ stordito e annoiato si chiede dove voglio andare a parare. Lettore: da nessuna parte. E allora vi propongo un paio di cose. Anzi tre.
"Una sera di primavera un sognatore passeggiando per le strade di Pietroburgo incontra una ragazza in lacrime. Decidono di rivedersi la sera seguente, ma la ragazza chiede al sognatore di fare prima un misterioso patto: "Non innnamoratevi di me". Ogni volta che ci innamoriamo Realtà e Sogno si stringono la mano con lo stesso patto: "non innnamoratevi di me". Era una notte meravigliosa. Una di quelle notti come forse possono essercene soltanto quando si è giovani, egregio lettore".
Fedor Dostoevskji (da Le notti bianche)
"Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi"
Marcel Proust
A volte un'isola è la cura del tempo, a volte un'isola è solo isolamento.
Niccolò Fabi May 30 ....che tutto non abbia fineForse questa notte è zoppa, e per questo si fatica a prender sonno. L’unica certezza è che il ginocchio non va, arranca. E allora sono razzista perché salto delle mattonelle, sempre piatte come certi pomeriggi di bonaccia. Con i piedi disegno strane traiettorie, mitici passi di una danza neanche lontanamente tribale. Questa strana forma di male fisico mi tiene sveglio. Bloccato. M’inquieta. Mi fa pensare che quando il dolore passerà, quando diventerà una sensazione: il ricordo di qualcosa, penserò a questo momento calmo con invidia. Saprò di aver sofferto ma non sarò in grado di ricrearlo a tavolino. Chi ha il difetto della scrittura, sa che il più brutto degli incubi è non avere più ispirazione, sentire il buio …l’odore nauseabondo del vuoto. Fare errori di ortografia, ma non è figo dirlo. Ascoltare Nick Drake e non provare niente. Il peggiore degli incubi è dormire di notte. Perdere il periodo migliore per dire delle cose, l’attimo. Perché passa, e v’assicuro che è così. E non si torna in dietro, si perde la metrica il battito, l’assoluta sicurezza di stare dalla parte di chi vive. Saltare virgole, accenti. Sbagliare i punti, stordire il ritmo che deve essere sempre incalzante. Forse un po’ teatrale. E quando si perde il filo, la trama fitta dei pensieri, l’eco di qualcosa che non si è decifrato, è brutto tornare sulla Terra. Avvertire il silenzio di fine recita. La lucidità è fondamentale, la precisione anche. Sapere quello che si vuol dire è determinante. Non arrancare, viaggiare spediti. Rispettare le regole. Queste sono cose che la scrittura impone; che chiedere di superare ignorare delegittimare. La penna, così come la tastiera, è al servizio della personalità, non viceversa. Fissare il cellulare nel buio e sperare che s’illumini uccide l’animo. Chiudere gli occhi per un sonno senza sogni, una dannazione. Poi si pensa a quello che si è fatto, scritto. Si accarezzano i polpastrelli che sono i veri carpentieri di questa casa fatta d’aria. Una costruzione senza ombra, e a volte senza ragione. Senza profumo. Qualcosa che se fatta bene, rapisce. Intanto la notte avanza, e decide che prima o poi ha ragione di finire. E così ritornano alla mente vecchie storie indiane, dove il sole insegue la notte. Dove la luce e il buio hanno una squisita ragione, e non si confondono, braccano. Si evitano. Poi saltano fuori sorrisi, echi di certe voci che avresti assoluto bisogno di riascoltare. Ma l’ora è tarda e il coraggio arranca. Lettere mai spedite, scritte. E si cede il passo alla follia, al credo sublime delle sensazioni. A teorie strambe se paragonate allo sguardo polveroso che la sola ragione porta con sé. Allo scoppio di fugaci emozioni. Alcune volte solo sognate. E si avverte che la fine è vicina. Che il momento buono sta per concludersi, che forzando le cose quelle prendano a rompersi. In questi attimi muove una precisa voglia: che tutto non abbia fine. Ma è pura utopia, quella vera. Sorrido. Non è pessimismo, no. E’ accettazione. Forse l’unica via per la felicità. E può bastare perché ho dimenticato di avere dolore al ginocchio. Ho dimenticato. Trovo fantastica questa cosa. Un ultimo pensiero: forse tutto non ha mai fine.
May 13 La testa fuori dal pozzoLa temperatura è piacevole, scrivo a maniche corte, la musica emana un buon odore jazz; gli errori di grammatica sono un cattivo presagio ma non importa, non ora.
Sto guardando da un po’ la mia libreria, ci sono molti titoli, e una massiccia invasione di album più o meno nuovi. Penso a un libro in particolare, scritto da Terzani. Quei fogli raccontano di viaggi, incontri e vita. E un proverbio, potente e bello; un proverbio che mi porto in testa da moltissimo tempo ormai. Il proverbio della rana cinese, che dal fondo del pozzo guada verso l’alto e crede che quello che vede sia tutto il cielo. Il ragazzo è seduto e guarda la ragazza negli occhi. “…perché ci siamo amati, e due egoisti che si amano ..beh due egoisti che si amano sono qualcosa di blasfemo” dice lui. Lei si alza, si ferma. Poggia la mano destra sulla spalliera della sedia. E’ bianca e di plastica, come quelle usate in certe bische clandestine dove si beve birra Moretti. “perché mi dici queste cose? E soprattutto perché lo fai adesso, dopo tutto questo tempo?” fa lei. Lui la guarda, poi abbassa lo sguardo. Sposta il posacenere pieno di mozziconi. Dopo si schiarisce la voce. Ma non dice niente. Prende il pacco di Marlboro, lo apre e lo richiude, poi guarda un punto imprecisato della stanza. “perché, cazzo non facciamo che dire perché, doveva andar così” dice il ragazzo con voce impastata. La ragazza è visibilmente arrabbiata. “non ti capisco, mi hai lasciata, sei andato via con quella puttanella! E adesso queste stronzate!?” la voce della ragazza, che chiamerò Mary tanto per essere ulteriormente banale, è arroventata. Silenzio, dopo. Molti uomini sono come quella rana, non si spingono oltre a quello che passa sotto il loro naso; ed è: terribile terrificante inutile offensivo bestiale raccapricciante ingiusto e altre parole del genere, chiaramente a sfondo negativo. Vi dico queste cose perché le ho pensate. Certo, potevo tenerle per me, ok. Vero. Ma ormai sono partito come un trombone nel bel mezzo di un pezzo di Coltrane, e non posso far altro che raccontarvi questa cosa. Intanto, vi dico che la libreria è illuminata da una bella lampada; la sua luce è decisamente bassa ma va bene così. Il ragazzo invece lo chiamerò Biagio. E’ il primo nome che mi è passato per la testa. Biagio guarda Mary, anzi Angela. Non mi piace più Mary. “sai, in quei telefilm americani dicono stronzate del genere, e sono sempre pettinati anche alle sei di mattina dopo aver scolato una bottiglia di vodka” dice lui con noncuranza. “ma dimmi un po’, ti fai ancora di cocaina?” dice Angela che prima si chiamava Mary. “certo certo certo certo, e certo” fa lui con occhi angelici. “nel dialogo di prima eri così diverso” dice lei con la faccia di chi ormai ha cambiato nome, finalmente. “vero, ma mentre quello stronzo scriveva le sue cretinate, io mi sono sparato una pista, molto lunga” fa lui con un’espressione che ricorda vagamente un tossicodipendente alle prime armi. La ragazza mi giarda. Mi fa segno d’andare via. Voce fuori campo, la mia: “scusate ragazzi passavo da queste parti, sapete com’è”. “ma fatti gli affari tuoi” dicono loro (giustamente), quasi in coro. Non so più chi sono. Ora. Sono personaggio o regista? Sono la rana nel pozzo? Molte volte sono stato quella rana, quando non capivo. Quando fingevo di non capire. Quando le ragioni dell’altro/a non m’interessavano. In quei casi, quel pezzo di cielo m’è sembrato tutto il cupolone del mondo. Fortunatamente poi ho imparato a mettere la testa fuori dal pozzo. “ti ho lasciata perché non credevo, non vedevo altra possibilità” dice lui tornato serio che sembra quasi un bancario. O venditore di case, tanto vestono uguale. “io ti ho spiegato, raccontato, poi rispiegato, e non volevo perderti” dice lei con una dolcezza degna di un cono con doppia panna, e fragola. “lo so, ma non capivo, ero come la rana nel pozzo…..” “Se solo riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Altrimenti saremo solo come la rana del proverbio cinese che, dal fondo di un pozzo, guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo. Duemilacinquecento anni fa un indiano, chiamato poi “illuminato”, spiegava una cosa ovvia: che “l’odio genera solo odio” e che “l’odio si combatte solo con l’amore”. Pochi l’hanno ascoltato. Forse è venuto il momento.”
Tiziano Terzani
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